Le mie girls sabato sono partite per un bivacco con gli scouts. La domenica noi genitori le abbiamo raggiunte. Per quanto mi riguarda noi genitori vuol dire Io. Me stessa medesima.

Io alle riunioni. Io agli accompagnamenti. Io per comprare i vestiti. Per preparare gli zaini. Per il mangiare al sacco.

Io parafulmine.

Si chiama affido condiviso. In effetti condivido da sola tante paranoie. Faccio e disfo neanche molto bene.

Un giudice una volta, quando rivendicavo il diritto delle mie figlie ad avere il mantenimento (600 euro in totale, tutto compreso: medicine, scuola, libri, pranzi, cene, mense, vestiti, gite, vacanze, ripetizioni di latino, greco…) mi ha fatto capire che sì, è un mio diritto, ma forse pretendevo un po’ troppo.

E la cosa buffa è che io ci penso, penso se 600 euro siano troppe per due ragazze, e so che non lo sono, ma per stare in pace cerco la mediazione, un incontro con il padre e l’avvocato di lui. Niente da fare, nemmeno degna di una risposta.

Così incasso. E vado avanti.

Ritornando a noi e al bivacco, chiedo alle girl bionda se ha comprato i biglietti dell’autobus per andare alla stazione da cui dovrebbero partire e, gentile come sempre, mi risponde:

“Per fortuna ci accompagna la zia in macchina, tu chissà cosa avrai da fare!”.

Incasso.Possiedo solo una moto e se avessi fatto andare a piedi una delle due, l’altra mi avrebbe scorticato viva.

Dopo qualche minuto la girl piccola attacca:

“Mamma domani vieni?”.
“Certo che vengo”, le rispondo mentre le infilo i panini nello zaino.
“Ma se non ci sei mai!” attacca spocchiosa.

Incasso ancora.

“E ricordati di cucinare qualcosa di buono!”, aggiunge seria.

Difficile resistere alle provocazioni. A volte, le mie figlie riescono a trasformarmi in una statua di cera.

Il giorno dopo, contenta come una pasqua della gita, scrocco un passaggio in macchina da mio cognato e mia sorella (grazie al cielo anche il mio nipotino è negli scouts), cammino 20 minuti con il mio tegame di cous cous nello zaino e due bottiglie d’acqua.

In realtà il cous cous non l’ho cucinato io. É un avanzo della sera prima (cena di autofinanziamento delle classi quinte) ma mi guardo bene dal dirlo. Anch’io ho diritto alla mia parte di gloria.

Quando arriviamo, famigliole felici o simil felici si aggirano intorno ai loro figli sul praticello erboso, dalle loro tasche escono contenitori con cibi fatti in casa. I figli si rivolgevano all’uno o all’altro. “L’acqua ce l’ha papà, chiedi a lui… i fazzoletti sono nello zaino della mamma…”.

Per la prima volta dopo tanto tempo accuso il colpo di essere da sola.

I capi scout propongono delle attività, io con altre mamme (tutte senza marito al seguito per motivi diversi) abbiamo inventato “il gioco delle finte morte”. Ovvero ci siamo imboscate dagli atelier creativi organizzati da genitori volenterosi (per fortuna quelli bravi bravissimi ci sono sempre!) intrattenendoci con chiacchiere piacevoli su figli disastrosi, esami di maturità, bocciature, possibili canne…

Ho pensato che mi mancano 3 anni di liceo classico e cinque di un altro liceo e non penso di farcela!

Più  tardi si sono persi anche un paio di bambini nel bosco con grande spavento di tutti. Ritrovati quasi subito. Figli di una coppia felice sul serio, perché come dico sempre, le cose accadono anche ai migliori.

Mia sorella mi osserva e dopo il pranzo ( le mie figlie mi hanno chiesto subito cosa avevo cucinato, amano beccarmi in fallo!) si avvicina e mi abbraccia “Io ci sono”, mi dice.

Lei è così, come la mia piccola. Vuole mettere insieme, tiene la famiglia ancorata a sé come se fosse una questione di vita o morte. É l’opposto di me. Ama le feste comandate, i pranzi in famiglia e tutto ciò che ci tiene insieme. E io le sono grata.

Verso le quattro si riparte verso casa. Le mie girls si avvicinano, zaino in spalla, e mi dicono:

“Andiamo?”
“Dove?” 
“Alla macchina. Noi veniamo con te”.
“Vi ricordo che non ho una macchina. Ci dobbiamo piazzare con qualcuno” rispondo.
Sbuffano incazzate. Ne infilo una con mia sorella, una con un’amica e io recupero un altro passaggio. Mi sento in colpa. Non so nemmeno io perché.

Arrivo a casa piuttosto stanca. Disfo gli zaini, faccio le lavatrici. Metto a posto. Preparo la cena. Mi trascino a votare.

Umore pessimo. A volte sono stanca. Di non potermi appoggiare. Di essere l’unico ago della bilancia.

Prima di tornare a casa, citofono a una mia amica, sola con tre figli, che abita nel mio palazzo all’ultimo piano e con cui ho condiviso parte della giornata (ha fatto la finta morta insieme a me). Ci concediamo una sigaretta di fronte a una finestra che incornicia la città e ci facciamo una chiacchierata.

Sui figli, sugli ex mariti assenti. Sulle paure. Sui padri che saranno padri per sempre. Su quello che possiamo metterci di buono noi nelle nostre storie. Sulla solitudine che come la bassa e l’alta marea arriva e sparisce. Sull’essere simili. Sulle famiglie che sembrano perfette e non lo sono e su quelle che invece ce la fanno. Sulla spinta a essere madri migliori.

Forse mezzora e torno giù.

Ci sono cose che mettono a posto. Che magari durano il tempo di un io ci sono e di una sigaretta. Che valgono tanto e di cui voglio essere grata. Come l’amicizia che sorprende e la sorellanza che resiste.

Non che la solitudine improvvisamente sparisca, ci sono momenti in cui mi attanaglia più di altri, come una spina nel fianco con cui devo convivere. Ma succede sempre qualcosa per cui i giorni si risolvono e la paura si dissolve.

Finalmente raggiungo il letto, o meglio nel divanoletto, di quelli salvaspazio in cui sta attaccato tutto come per miracolo, visto che non avrei saputo dove mettere i cuscini. Spingendo un po’ piú in lá le girls che  guardavano “Viaggi di nozze” di Verdone e se la ridevano come pazze.

Ogni tanto allungavo i piedi sui loro, cosí per sentirle un po’ e immancabilmente mi scacciavano.

Bisogna incassare. Alcuni giorni piú di altri. La solitudine. Il caos, e gli attacchi di quei mostri dei figli.

Si sono addormentate davanti al film. Senza braccia in alto e la bocca aperta in segno di resa. Incastrate alla perfezione come balenottere spiaggiate.

Ma niente era più fuori luogo.

Una felicitá sottile sotto la solitudine appariva appena. E io, all’improvviso, mi ritrovo con un posto nel mondo. Il mio. Lì.

In un palazzo qualunque, di una città qualunque.

Come ha scritto qualcuno: momenti di trascurabile felicità.

Per quello sappiamo incassare così bene e resistiamo. Abbiamo la certezza che appena i nostri figli si sono addormentati li amiamo di nuovo e ancora. E tutto ritrova il suo senso.

Siamo soli e anche un po’ matti. Questo è un dato di fatto.

Un abbraccio

Penny

 

 

 

11 comments on “Incassiamo: dal marito o ex, dai figli, dai suoceri e corte al seguito. Eppure siamo qui.”

  1. Mi ritrovo spesso in quello che dici, saremo noi genitrici del 2017???? Non lo so…questo non essere perfette…anzi abbastanza imperfette…sarà che incassi spesso proprio perché la vita non è una gara…e se sei vera sei anche più soggetta a dover incassare????Mi ritrovo molto poco con il genere madre…ho priorità differenti dal dimostrare qualcosa…vorrei solo insegnare alle mie ragazze che nella vita l’importante è avere esperienze di crescita..di tutti i generi. Vale

    • Cara Valentina le tue parole le condivido in pieno. Sono fortunate le tue ragazze se hanno una madre che non ha come priorità il dover dimostrare qualcosa, bisogna parlare e raccontarlo ad altri madri. Essere quello che siamo, a volte, qualcosa di vicino ai disastri. Ma sincere e soprattutto. Di questo hanno bisogno i nostri figli: sapere che si sbaglia e tanto, ma siamo il meglio di ciò che possiamo. Grazie un grande abbraccio Penny

  2. Per fortuna ci sono le super sorelle! Io ne ho una. Siamo come il giorno e la notte. Per tantissimi aspetti agli antipodi, per altri molto simili. Nessuno mi capisce ma soprattutto sa cosa dirmi o tacere se necessario, come lei. E la tua mi pare molto simile. 😍

  3. Hai ragione, ci sono certi giorni che vorrei urlare e smettere solo la sera andando a dormire. E quando ci sentiamo così sole non è perché vorremmo ritornare a
    come eravamo e capiamo quanto sia difficile, ma almeno per me, perché semplicemente esistono e dovrebbero coesistere due genitori e non uno, sempre e comunque su cui contare in termini di tempo, amore ed economici. Hai detto bene affido condiviso che condiviso poi non è. E oggi scopro che la legge non mi tutela ne come madre ne come donna. Sarà un retaggio culturale? Sarà la poca voglia dei giudici che esprimono opinioni invece di entrare nel merito del “giusto” ? Sarà colpa di avvocati che pensano a chiudere in tempi brevi? Non lo so. Forse un po’ tutto e un po’ niente. So di essere sola anche in questi termini, per il fatto che visto che il padre ha un basso reddito mi va di lusso con i 200 euro al mese, ma il fatto che vada in vacanza oltreoceano con la figlia?!? E quando alza la voce come me, insultandomi quelle rare volte ceh dobbiamo “parlare” di
    nostra figlia… dicono che non è assolutamente vero per gli avvocati, sono io che prendo le cose nel verso sbagliato. E si siamo sole, Penny, e abbiamo tutte le ragioni e almeno la libertà di essere incazzate perché ci sono dei padri “agevolati” nel dimenticare le loro responsabilità. Ed eccoci, pronte, a farcene carico. E tutto ritorna al suo posto, quando guardo la mia pulce serena e che mi ripete che mi ama…perché siamo madri e donne, a differenza loro che non lo sono. E la mia rabbia per ora me la tengo stretta, perché non possiamo accettare tutto…

    • Capisco la tua rabbia che è anche un po’ la mia. Spesso mi chiedo, ma se avessi ceduto sul contributo per le ragazze il rapporto tra di noi sarebbe stato migliore ? Poi penso a tutte le volte che ho provato a mediare, agli incontri dagli avvocati, al senso di inadeguatezza e so che nulla sarebbe servito per sedare la sua rabbia. La verità è che non mi ha perdonato la separazione, è rimasto fermo lì, addossando a me tutte le responsabilità. L’altra sera una mia amica molto saggia, con una situazione di separazione tragica alle spalle (il marito ha dilapidato non solo il suo conto ma anche quello della famiglia), mi ha detto: dobbiamo aiutare i nostri figli a salvare il rapporto con il padre. Siamo noi che ci siamo separati, loro no. Ci credo, credo fermamente in questo pensiero e penso che se riusciamo a essere persone migliori va tutto a nostro vantaggio. Dobbiamo buttarla via questa rabbia e farlo insieme è più semplice. Bacini tanti. Penny

  4. Ciao Penny,

    ti leggo con piacere e permettimi una critica: troppo livore nei confronti degli ex mariti. Non siamo tutti così. Ogni mese bonifico 2.500 Euro, ho estinto il mutuo sulla casa dove vive lei e ho ridotto drasticamente il mio tenore di vita per lasciarla più serena. Seguo i miei figli nei 10gg al mese che il giudice mi ha concesso. Ho guardato tutti i saggi, le gare, i campionati in giro per l’Italia e tutte le visite mediche del grande e della piccola.

    • Caro Paolo, so bene che esistono uomini e padri meravigliosi che si fanno in quattro per i propri figli. Io qui racconto la mia esperienza e sono contenta quando qualche uomo interviene e porta la sua storia. Chi mi scrive sono soprattutto donne e, per affinità elettiva, mi viene più facile rivolgermi a loro. Ma ho ben presente il valore di un uomo accanto. Grazie davvero. Torna e se vuoi, abbiamo bisogno di punti di vista diversi. Penny

Rispondi