É necessaria una premessa.

Immaginiamo che una madre abbia due figlie e sia separata. Un affido congiunto, ma le ragazze vedono il padre raramente e nessuna vacanza. La madre ha uno stipendio da dipendente. Paga i contributi. Ha una piccola casa comprata con un mutuo totale a 25 anni.

Facciamo che non riesca a garantire ciò che vorrebbe per le sue figlie e chieda giustizia.

Questa è una giornata qualunque di una donna che si reca da un giudice di Pace di una qualunque città in Italia per risolvere una causa iniziata 3 anni fa, per il mancato pagamento delle spese straordinarie (dentista, mediche, scolastiche per un totale di 1400 euro circa) dall’ex marito. Per quelle ordinarie c’è un altro procedimento in corso. Il secondo in otto anni.

Si sveglia. Ha l’ansia. Non le piace andare in tribunale. Prima della separazione non ci ha mai messo piede. Deve prendersi qualcosa. Una pastiglia per lenire l’ansia. Lei è una che paga le bollette in anticipo, a cui non piace arrivare in ritardo. Fa posteggi regolari, difficilmente attraversa con il rosso.

Qualche anno fa decide di portare il suo ex marito in tribunale, con fatica, dopo mesi e mesi di attesa e tentativi di accordi. Crede sia un suo dovere contribuire al mantenimento delle figlie. Credo sia un diritto delle ragazze fare un’attività sportiva, andare dal medico, curarsi i denti.

E crede nella giustizia.

Ha l’ansia perché, se un tempo credeva bastasse raccontare la verità di fronte alla Legge, oggi sa che non è così.

Nella memoria ha dichiarato le spese sostenute durante i due anni di separazione, scontrini, fatture, ricevute. Tutto documentato. Un’attività sportiva per ciascuna bambina davvero poco onerosa.

E si ritrova che dall’altre parte vengono portare altrettante spese, anzi la richiesta dell’ex marito supera la sua. É incredula.

Il suo avvocato la rassicura: “Non si preoccupi, il suo ex marito ha inserito scontrini illeggibili, spese di farmacie varie, tabaccherie, molte ricevute sono intestate “ai genitori di…” e risalgono a quando eravate ancora insieme. Alcune sono spese già compensate, ovvero che lei non ha inserito perché divise a metà”.

É esausta, tra un’udienza e l’altra passano mesi e mesi. Conciliazioni rifiutate da parte di lui. Cambiano due giudici e tutto ricomincia.

L’ultimo, qualche mese fa, chiama gli avvocati e propone un accordo. 400 euro in favore della donna e la cosa si chiude.

Lei accetta, anche se quelle spese ci sono state, ma non importa, tre anni sono più che sufficienti, salderà la parcella dell’avvocato e andrà avanti. Invece scopre che il suo ex marito ha rifiutato l’accordo, sapendo che molte delle sue ricevute sono un falso.

La tiene lì, fino a data da definirsi. Lei sa che è un modo morboso per non chiudere la storia.

Così stamattina si reca in tribunale con la pancia e il cuore sottosopra. A dire a un giudice che basterebbe leggere le carte per capire dove stia la verità, a dire che è stanca di lottare e forse hanno ragione quelle che mollano. Rinunciano. Non ne vale la pena.

Che il suo ex marito possa fare tranquillamente il furbetto e che la legge glielo permetta. Non ha nulla, dice lui, anche se lavora da otto anni nello stesso posto, ha fatto un altro figlio, va in vacanza ed è firmato dalla testa ai piedi.

Getta la spugna.

Ma poi, prima di entrare, la donna pensa a quelle che verranno dopo di lei, alle sue figlie, alla solitudine delle altre, e non ci riesce. Non riesce a mollare.

Non si tratta più di una “lotta” tra lei e lui, ma di un modello che non funziona, di una giustizia che deve richiamare alle proprie responsabilità. Si tratta di non subire soprusi.

Certo, se avesse rinunciato forse oggi sarebbe al mare e non con i crampi allo stomaco di fronte a un uomo che ha tanto amato, vestito a puntino a sfidarla, che la guarda come se non ci fossero dei figli di mezzo, amore comune.

La prossima udienza sarà a gennaio. Dopo il dibattimento il giudice deciderà. Altri mesi. Intanto la vita continua e le figlie devono essere curate e mantenute.

La donna sale sulla moto. Le spalle spingono in basso. Torna a casa. Il peso della scelta tutto su di lei. Quella di continuare la “battaglia” che battaglia non dovrebbe essere.

Chi riesce a reggere, amiche mie, deve farlo anche per le altre, quelle che non riescono ad affrontare. Deve resistere e sperare che la giustizia faccia il suo corso. Su questo giocano alcuni uomini, sui tempi lenti, sullo portare allo stremo.

Non è anche questa una forma di violenza?

Credo di sì.

Invece ci lasciano sole giustificando i soprusi come lite tra coniugi.

C’è una prevaricazione tutta maschile in questa cosa: mi hai lasciato e io ti punisco. Non ti uccidono, ma un po’ lo fanno. E siccome la scelta spesso è nostra, ce lo meritiamo.

La donna gira le chiavi nella toppa. Una figlia è a letto, con un’insolazione piuttosto importante, il giorno prima è partita di fretta è furia per recuperarla da amiche fuori città. Ha fatto quattro ore di macchina, le ha spalmato la crema e l’ha vista piangere. Per trasportarla il suo compagno le ha preparato un giaciglio nel bagagliaio, visto che non riusciva a piegare le gambe, né a muoversi.

L’altra figlia ha appena chiuso il telefono. Le dà un bacio sulla guancia. Vorrebbe dormire invece di mette a trafficare. C’è la lavatrice da stendere, la tavola da mettere.

L’avvocato stamattina le ha detto:” Sa signora, io ne vedo cause e difendo anche uomini, ma i figli sono delle madri”.

Non me ne vogliano i padri, quelli che si occupano dei loro figli. Però, penso che abbia ragione. Spesso è così. E non necessariamente bisogna essere separati perché ciò avvenga.

Mette sul fuoco l’acqua per la pasta, è stanca. La figlia più piccola le dice: “Mamma, sai oggi ho fatto una cosa bella”.

“Cosa?” chiede curiosa la donna.

“Ho chiamato papà, il 24 agosto esce al cinema Cattivissimo me. Gli altri li abbiamo visti insieme, così ho pensato potesse essere bello vedere anche quello! L’ho fatto per lui”.

La donna sorride. Forse piange dentro. So cosa pensa, la conosco meglio di chiunque altro, in fondo si può perdonare.

Penny

 

 

12 comments on ““I figli sono delle madri” dice il mio avvocato. A volte, ha ragione.”

  1. Ti voglio bene. E te lo scrivo anche perché fa bene all’anima. Quanta verità..una giustizia non giusta, ma semplicemente è un esercizio su chi sa meglio fregare L altro e utilizzare al proprio scopo le leggi. Per questo esistono dei mastini avvocati e degli avvocati nulli..non siamo tutelate come donne e come madri, attaccate con la solita risposta: non fate i ragazzini troviamo un accordo. Non solo il danno…Grazie Penny perché non molli. Lotta anche per noi, lotto anche per te.

    • Siamo tante eppure ci sentiamo sole. Dovremmo aiutarci almeno con le parole. Consolarci. Succede che quando ci stiamo separando troviamo muri e gli altri “si scansano” pensando sia solo una questione di litigi di coppia. “Non mi metto in mezzo” quante volte l’ho sentito dire… In realtà è qualcosa di più. Qualcosa che ci devasta dal profondo e ricostruire non è facile. Ma dire alle altre che si esce dal tunnel, che possiamo riuscirci, aiuta.
      Un’altra cosa possiamo: raccontare, e starci vicine Con infinito affetto Penny

  2. Ti abbraccio anch’io forte forte. Ho vissuto indirettamente questa situazione subita da una cara amica d’infanzia. Orribile! Quanta rabbia! Ma é giusto non mollare. Sono con te. Forza cara!

    • Mi fa bene sapere che ci sei, da laggiù. Ormai sei una presenza e quell’icona con il viso che sorride, mi appartiene. Penny

  3. Io lo vedo con la nostra piccola che e’ un perenne insegnamento! Molto spesso e’ lei la nostra insegnante! E speriamo che continui per tantissimi anni. Sicuramente questo ci aiuta a mantenerci giovani! Un abbraccio sincero! 🙂

  4. non capisco. Posso comprendere (molto fino a un certo punto in realtà) il rancore verso l’ex moglie, ma i figli? mi sembra assurdo che un padre abbandoni i figli. Da brividi…

    • Ma lui non pensa di averli abbandonati…Ogni storia ha diversi modi di essere raccontata, questa è la mia, lui, probabilmente, ha la sua. Penny

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