Mi piace il sapore della partenza. Un sapore preciso riconducibile alle valigie quasi pronte, alla sveglia anticipata, all’accenno di mattina.

Acre e dolce al contempo.

Mi piace il silenzio della casa. La macchina piena, le persiane accostate. Lui che mi aspetta di sotto.

Sono le sei. Accarezzo il braccio di una girl mentre dorme, sventola la mano in segno di saluto, gli occhi semichiusi; e la ricordo piccola. Uno scricciolo. Chissà perché ora mi sembra indifesa, mentre sto partendo.

Ieri sera prima di addormentarsi mi ha detto: “Se ti chiedo una cosa, mi giuri che la farai?”.

“Dipende” le ho risposto scettica.

“Me lo devi giurare”, ha insistito.

“Se costa tanto, non giuro niente”.

“Dai mamma! Devi solo promettermi che starai bene e non ti sentirai in colpa” mi butta lí con gli occhi stretti.

Non vorrei mai che le mie figlie si preoccupassero per me. Per la mia felicitá. Invece, evidentemente, il carico le raggiunge. E mi dispiace.

Prima di uscire di casa saluto anche l’altra girl che grugnisce:”Fai piano!” e si gira dall’altra parte.

Tutt’altra storia. Eppure so che mi amano entrambe, ognuna a suo modo.

Lui é lí. Vicino alla macchina. Ha preparato tutto per questa vacanzina. Io sono a traino, e anche qui un po’ mi dispiace. Perché se devo fare delle rinunce é quello che ci rimette per primo.

Non so da quanto la desideriamo. Una settimana per noi. Una casa offerta da un’amica in Corsica. 

Le girls stanno con la nonna. Il problema di lasciarle é piú mio. Loro sono contente. Io sento quel peso leggero che mi opprime il petto.

Da quando sono nate ho iniziato ad avere piú paura. In quel preciso momento le mie prioritá si sono spostate e i pesi pure.

Quella situazione di completa leggerezza della vacanza, in cui partivo e il mio mondo iniziava e finiva con me, non é mai piú tornata. E da quando mi sono separata tutto é amplificato.

Le ragazze ogni tanto se ne escono con la paura che mi succeda qualcosa. Mi dicono:”Se dovessi morire noi non potremmo sopravvivere”.

Le rassicuro.Voglio che lo sappiano, che possono cavarsela senza di me. Ma se immagino anche solo un attimo che possa succedermi qualcosa,  mi sento persa.

Forse é questo.

Desidero partire e ho voglia di ritagliarmi un tempo con il mio compagno. Che il rapporto ha bisogno di acqua. Ma vorrei essere anche qui. Tenere. Proteggere. Restare. Che poi é impossibile.

Forse é questo l’amore. Ingranaggio complicato. Lasciar andare l’altro, e partire. Non aver paura delle separazioni. Che fanno crescere.

Assenza e presenza.

Che le radici restano. E se sono ben ancorate a terra i rami sono spinti in alto. Sempre piú lontani. Fino a toccare il cielo.

Se potessi scegliere vorrei essere doppia. Qui e lí.

Ma siccone non si puó, scelgo di non essere tutt’uno con le mie figlie.

Che la loro vita ha bisogno di radici e pure di ali.

E anche la mia.

Penny

6 comments on “Partire é un po’ morire. Cosí si dice.”

  1. Stai Serena Penny (anche se so che questo non é il tuo nome ma mi piace tanto) e goditi questa settimana con il tuo compagno. Andrà tutto bene, benissimo, per tutti! (E mandaci una foto del bel mare della Corsica!) 😉😘

  2. CON SERENITA’

    di Fausto Corsetti

    “Sono abbastanza soddisfatto di quanto ho realizzato, ma vorrei un po’ di pace, mi accontenterei di essere sereno”.
    Chissà quante volte abbiamo ascoltato una frase del genere. E già: essere sereni…
    Forse, sarebbe il caso di intenderci anzitutto sul significato della parola “serenità”.
    Il vocabolario la definisce come “assenza di turbamento interpretabile come limpida armonia spirituale”. Suggestivo ma un po’ vago. Normalmente facciamo un altro uso di questa parola che adoperiamo sovente nelle espressioni augurali: “che la tua vita scorra serenamente”, “tanti giorni sereni”, eccetera. E intendiamo con ciò invocare, per quella persona, giornate e sentimenti vissuti nella quiete e nella consapevolezza. Non siamo soliti annettere alla serenità anche il dolore. E invece possiamo ritrovarci in una situazione di dispiacere ed essere ugualmente sereni. Non mi riferisco all’imperturbabilità orientale, ma alla grandezza di un cuore che ha compreso la lezione dell’esistere in modo profondo.
    Ci sono tante occasioni di felicità: nei contatti di amicizia, nella contemplazione del bello, nella comunicazione improvvisa e a livello profondo che si instaura con una persona sconosciuta sino a poco prima, nella lettura di un testo capace di trasmetterci emozioni e suggestioni, quando ci viene tributato il riconoscimento per un lavoro ben fatto o la gratitudine per un gesto d’amore. E ci sono tante occasioni di sofferenza. Non le elenco neppure. Il segreto della serenità è comprendere che entrambe, la gioia e la sofferenza, appartengono alla dinamica della vita e che accettarle come parte essenziale di essa, senza ribellione e anche senza un cupo senso di rassegnazione, ci aiuta a sostenere le prove senza rimanerne sopraffatti, anzi mantenendoci alla guida e ricavandone un insegnamento. Possibili obiezioni: ma chi mai si ribella alla felicità o come sopportare il dolore senza rassegnazione?
    Ci ribelliamo alla felicità quando non ci adagiamo serenamente in essa, e mentre la proviamo già ci chiediamo: “Quanto durerà?”. E anche se cerchiamo di accaparrarcene più di quanto ce ne spetta: a quel punto è già diventato piacere del possesso. Una persona serena sa perfettamente che la felicità è un diritto, ma che essa ha i suoi tempi e le sue apparizioni. Non la insegue forsennatamente, ma la accoglie senza dubbi quando arriva.
    E così è per il dolore. Rassegnarsi è piegare passivamente la testa; accettarlo serenamente è comprenderne il valore, il lievito di maturazione che contiene.
    A voler essere sereni richiede una forza sovraumana e il recupero di quel sentimento straordinario della ”incoscienza” infantile, della capacità di meravigliarsi delle cose del mondo, specialmente delle più semplici. Che cosa potrà aiutarci?
    Dovremo cercare di non lasciarci catturare dalle passioni negative. Come lo scetticismo che mette in dubbio la felicità, mentre la stiamo vivendo. Come la disperazione, sempre in agguato quando siamo nel dolore.
    Infine, essere tenaci nella speranza. La speranza spiana la strada alla serenità, è la sua guida. E una persona serena ha occhi attenti e orecchie pronte a cogliere ogni più piccolo segnale che alimenti la speranza.

    • Gli opposti con il loro interagire lacerano l’ indivuo, costituiscono il dinamismo segreto della vita. Cosí per l’infelicitá e la felicitá. L’amore e l’odio. Essere sereni credo comprenda gli opposti. Accettare e contemporaneamente rifiutare gli eventi e spingersi oltre. Grazie per i tuoi continui e ricchi stimoli di riflessione. A presto Penny

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