Stanotte su Genova si é abbattuto un forte temporale. É bello quando succede e sono al riparo.

Dalle strade sale un odore di cose al passato e io mi “nostalgico” volentieri.

La girl piccola non riusciva ad addormentarsi, cosí si é infilata con me nel letto-divano. Si è rincitrullita di brutto! Durante il giorno guarda una serie Tv facendo prove di coraggio e poi, la notte, si caga sotto.

Sono giorni agitati questi. La grande é partita stamattina per il campo scout, (fuori una), lunedí parte l’altra (e allora sará baldoria!). Nel senso che andrò in letargo. E chi si è visto si è visto.

La sala, ovvero la mia camera da letto, ha due finestrelle. Essendo una casa vecchia, i muri sono spessissimi, cosí davanti a una finestra ho messo un tavolo di legno, scrivania della girl bionda, e nell’altra nicchia ho fatto costruire una specie di cuccia.

In casa mia non c’é una cosa che abbia una sola funzione. Come minimo due o tre. Come me, che sono capace di farmi doppia e tripla.

Il divano é letto. Un tavolo é scrivania. L’armadio, dispensa. Gli scalini, contenitori. Il frigo vuoto, ma questo non c’entra! La cucina luogo di disperazione per mie figlie.

Comunque, sotto alla seconda finestra il falegname ha costruito una cassapanca-libreria in cui leggo, ascolto la musica e trovo un posto quando gli altri sono occupati dalle girls. Cioé sempre.

Abito al primo piano. Le mie finestre danno su una creuza, una salita che dopo qualche metro diventa pedonale in cui, a metá, é situato un Ostello. Quindi la notte, con le finestre aperte, sento il vociferare felice dei giovani che rientrano. Per lo piú stranieri. Quell’umanitá che mi rimembra il tempo remoto in cui sono stata giovane.

Insomma, la girl piccola si era addormentata e io, svegliata dal temporale, e da lei che non stava un attimo ferma, non riuscivo piú a prendere sonno. Cosí mi sono alzata e mi sono coricata nella mia cuccia, grazie alla mia mamma che mi ha confezionato un cuscino bellissimo.

Pioveva a dirotto. C’era vento. Odi d’estate. E quel silenzio pieno senza preoccupazioni. Le mie figlie erano con me e non c’era niente da temere.

É che bisognerebbe fermare la vita in quegli attimi per non avere paura. Ma non si puó e non sarebbe giusto. Perché i nostri ragazzi devono andare. E noi lo sappiamo.

La notte e il sonno delle mie figlie mi hanno sempre rassicurato. Anche quando erano piccolissime. Poteva succedere di tutto durante il giorno ma all’arrivo della sera le ansie si dissolvevano. Il pigiama, i piedini, le bocche perte, qualche pupazzo lanciato in fondo al letto, vere magie.

Il sonno e il silenzio della casa, e se poi fuori c’é il temporale e io sono in grado di proteggerle e tenerle al riparo, non mi serve altro. Sono felice. Magari dura un attimo, ma é un attimo che é subito nostalgia.

Alla fine non ho dormito. La mattina ho accompagnato la girl alla partenza con uno zaino piú grosso di lei. E storto stortissimo.

La osservavo e lei con il grugno mi ha chiesto: “Perché mi guardi?”. Come se ogni mio sguardo fosse un giudizio.

Non sa quanto la ami e quanta paura devo controllare tutte le volte che lei o la piccola partono.

Io non ci sarò se si troverà nel bel mezzo di un temporale né se sarà triste.
Dovrà far forza su di sé. Sarà così. Giusto giustissimo.
Non è forse questo il compito di una madre? Però io, tutte le sante volte, mi “nostalgico”.

“Vai” mi dice la girl facendomi segno con le mani.
Non é ancora partita e si vuole giá liberare di me, lei non si “nostalgica”, penso.

Non mi faccio intimidire, mi avvicino, la tiro verso di me e l’abbraccio stretta. Nonostante sia più alta di una spanna, si fa piccola, appoggia la testa sulla mia spalla e sta tutta dentro alle mie carezze.

La bacio con delicatezza come non so fare spesso, e le ripeto che le voglio tanto bene.Lo faccio per me. Lo so. La girl è già insieme ai suoi amici e se la ride.

Saluto i genitori venuti ad accompagnare i propri figli e mentre mi allontano per avviarmi verso casa mi chiedo se tra gli altri padri abbia cercato il suo.

Cerco di essere doppia. Madre e padre. Ma non si puó. Qui i ruoli sono ben divisi, le funzioni pure. Non é come il divano-letto.

Se posso salvare le mie figlie da un temporale o dalla tristezza in un giorno di pioggia. Da questo no. Da questo non le salvo. É inutile. Me lo ripeto. Devono farlo da sole. Un po’ come partire e affrontare il viaggio.

Sapere di potercela fare. É questo il nostro dono per loro quando riusciamo a spingerli oltre le nostre paure.

Mi sento chiamare. La girl si sbraccia per salutarmi e mi sorride. Si preoccupa per me, anche questo lo so. E io, come sempre, mi “nostalgico”.

Lo sapete perché, è inutile che ve lo dica. Per le mie girl e per me. Per ciò che avrei voluto, ma anche per ciò che siamo. Comunque. Insieme. Ogni partenza.

E ogni partenza prevede un ritorno. Io le aspetto. Nel frattempo vivo e ogni tanto mi “nostalgico”. Che mi piace anche un po’.

Penny

2 comments on “I figli e le partenze necessarie.”

  1. Ogni volta che si parte per un viaggio, se lo si vive seriamente, si ritorna a casa cambiati. Più maturi. E come dici te, bisogna farsi forza solo su se stessi! E te lo dice una persona che di viaggi nella vita ne ha fatti tanti… Un abbraccione!

    • Sai che io ho viaggiato pochissimo? Quando ero ragazza ero piuttosto chiusa nel mio mondo, gli scout, il fidanzato. Ho perso tanto tempo. Ora sono spiantata, ma non demordo. Chissà. Ciao Ciao. Penny

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