Il tempo è cambiato. Io sono tornata. Stamattina alle tre. Il mio compagno guidava, si fa un mazzo tanto per farci stare bene e io semplicemente lo amo. Non saprei dire altro. Dieci ore di macchina in sei. Più Cloe, nata lì e partita con me.

Gli altri disfano le valigie, io torno alle mie decisioni che non sono mai semplici. Metto piede in casa e la testa frulla. Prima delle lavatrici e di tutto il resto. Qualcosa mi spinge a cercare di mettere a posto questa cosa tra le mie figlie e il loro padre. Chiamato rapporto.

Durante le vacanze le ha viste due volte: una a giugno e l’altra a fine luglio per un pranzo, due ore in  tutto. Io soffro. Dai primi di giugno ho mandato messaggi e email per chiedergli se voleva passare qualche giorno con loro e  alla fine, dopo un mese, mi ha risposto, poco prima della mia partenza (in cui, ovviamente, il rientro era già stabilito per il 20).

Cinque giorni. Partono oggi. Destinazione ignota. Inutile estorcere al loro padre qualsiasi informazione o non risponde, o non sa. Io non ne faccio più una malattia. Si cresce anche in questo.

Così sono tornata, potevo rimanere, le mie girls avrebbero voluto prolungare la nostra vacanza. Hanno pianto, mi hanno chiesto: “Perché dobbiamo andare?”

“Perché, forse, è vostro padre!” ho esclamato.

Basta come risposta? Mi sono chiesta. Non lo so, ma ho decido che non sarò io a mettere i bastoni fra le ruote nel rapporto con loro padre. Che ingoio qualsiasi prevaricazione e procedo. Che devo cogliere ogni occasione e sperare che a qualcosa serva.

Penso faccia bene a me e soprattutto a loro. Che quello è l’unico padre che hanno. E del padre c’è bisogno. Sempre, anche nella mancanza che è una presenza che pesa.

La grande è arrabbiata. La piccola cerca di mettere a posto. La ragguaglia e le dice: “Non rispondergli, provocarlo non serve a niente”. Io capisco una e l’altra. Le mie figlie si sono divise le parti. In un gioco ad incastro.

Il mio ex marito mi ha detto che potevo rimanere ancora in Calabria, che era lo stesso. Ma questi cinque giorni sono qualcosa di più. E non voglio che dia a loro la responsabilità di non essere andate, in un gioco all’ultimo sangue. In cui i figli ci rimangono stecchiti dalla sofferenza.

Vorrei che avessero un ricordo da mettere in valigia per quando saranno grandi, una speranza che si ritrovino anche solo per cinque giorni, e che li spinga a tornare uno dall’altro.

La verità è che non vorrei esserci sempre io. Io non basto, cappero! Lo so.

Vorrei che trovassero un modo per stare insieme, consapevole che non dipende da me. Vorrei, perché so che non si può prescindere dal proprio padre e dalla propria madre per costruire la propria storia. Che in vacanza è tutto più bello e che se anche durasse solo cinque giorni, quei giorni faranno cumulo insieme a quelli che mancano, e varranno di più.

Così, mi ritrovo il sedici agosto con la mente già in movimento e la speranza nel cuore. Non so mai se faccio la cosa giusta, se procedo con coerenza verso me stessa e verso di loro.

Forse non esiste un modo per essere un genitore separato. Non siamo onnipotenti, mi ripeto come un mantra per salvarmi un po’. E un po’ dovranno pensarci loro.

Non mi sopporto. Non sopporto questo maledetto bisogno di mettere a posto le cose! Nella separazioni poi, le cose non stanno mai al loro posto. Ne trovano un altro di posto e noi dobbiamo farci i conti.

La piccola ha già fatto la valigia. Lui passa a prenderle dopo pranzo. Io ho il frigo vuoto vuotissimo. Ma non è una novità. Due scatolette di tonno le trovo. La grande si è svegliata all’alba di mezzogiorno. Io temo il suo umore, perché non è facilissimo reggere tutto e soprattutto, che alla fine ce l’abbiano con me. Sempre.

Invece si sveglia con un sorriso enorme. Respiro. Forse non avrò resistenze, penso. Forse ha capito. Forse è contenta.

“Mamma” mi dice euforica “sono dimagrita un sacco!”. Va in camera e si prepara la valigia.

Ecco la vita. Basta poco e niente per far andare bene le cose. A volte la felicità è effimera e noi tendiamo a chiederci come e perché. A dannarci. A pensare di potere. Invece non possiamo niente. Soprattutto sulla mente dei nostri ragazzi quando stanno crescendo.

Non possiamo niente. Dovrei mettermelo in questa testa bacata. Le cose trovano il loro incastro. Prima o poi. I rapporti pure.

E noi ci siamo dentro. Sballottati alla ricerca della scelta migliore. Che alla fine, non scegliamo un bel niente. E tutto procede. In un modo nell’altro.

Con o senza di noi.

Penny

 

 

 

10 comments on “Non si può fare a meno di un padre, anche se la sua assenza è una presenza che pesa.”

  1. La tua scelta e’ una scelta consapevole, stai costruendo il loro futuro. Stai dando forza al tuo futuro rapporto con loro. Io non so se sarei stata così brava. Riesci sempre malgrado tutto ad elevare la tua scelta per il bene delle tue figlie. Continua così Penny .

    • Cara France, io sono sempre combattuta e non so mai se la combino giusta. Credo che sarà il tempo a dirmi se sono riuscita ad amare come si deve. Perché questa, ti assicuro, è l’unica cosa che mi interessa. Grazie comunque, essere sostenuta mi aiuta tanto. Bacetti Penny

    • Una faticaccia. Sempre. E chissà se poi questa faticaccia sia giusta. Ora sono qui e scrivo immaginando sorrisi e tempo buono per loro tre. Sarò stupida! Penny

      • Come ti capisco…15 anni di separazione, 3 figli maschi tirati su cercado di mascherare la presenza assente del padre. Il problema è che loro adesso sono uomini e non più bambini….e lui non li conosce affatto.
        Ci sono donne che tengono lontani i figli dai padri per dispetto o per rancore, ma ci siamo anche noi che ingoiamo bocconi amari per quel famoso “rapporto” tra padre e figli.
        Ostinate…ma io non saprei fare altrimenti

      • Grazie Pina. La paura? Che da grandi questa assenza pesi sulle loro scelte. Ecco questo mi terrorizza, però, hai ragione tu, non saprei fare diverso. Ti abbraccio, grazie per avermi scritto. Penny

  2. Fatica e bocconi amari, cara Penny . Ti ringrazieranno, forse, un giorno, magari ti ringrazierá anche il tuo ex marito per aver contribuito ad avere un rapporto con le figlie. Va avanti così , il tempo ti ripagherá di tutto e se così non fosse non avrai nessun rimpianto e non dovrai dirti potevo fare e non ho fatto. Un abbraccio

    • Forse è proprio questo. non avere rimpianti e dire: ho fatto tutto il possibile. Mi distruggerei se loro mi dessero la colpa di non aver fatto abbastanza. Per i ringraziamenti…mah non li credo possibili! Per i figli è abbastanza scontato quello che facciamo, per il mio ex dovrebbero piovere asini! Un bacetto Penny. Grazie per esserci.

  3. Ciao Penny, mi ritrovo molto in questo post. Sono separata da quando mio figlio era in fasce. Suo padre lo vede regolarmente nel tempo stabilito dal giudice ma mai un minuto di più, assente anche quando c’è. Le telefonate sono un plus che elargisce con molta parsimonia. Penso che sarebbe meglio nessun padre piuttosto che un padre così. Ci ho litigato parecchio per questo e per altro e avrei potuto andare avanti così all’infinito. Sarebbe stato facile. Sarebbe stato facile parlare male di lui a suo figlio e mettermi di traverso. Tenere tutti i week end per me, tutte le vacanze per me. Ma è suo padre e c’è, per quel che c’è, ed è giusto che si sentano e si vedano. Anche se sono sempre io a pianificare week end, a incastrare le vacanze, a spronarlo a telefonare al figlio se non lo fa da un po’, a comunicare come va a scuola, quali attività sportive ha scelto, quando e dove va in gita. I difetti e le mancanze di suo padre le scoprirà per conto suo, senza che io lo ‘protegga’. Penso che anche questo è crescere. Sono d’accordo con te.
    Un abbraccio.

    • Oggi mia figlia mi ha detto: papà mi ha perso.
      Non lo sente dal 20 di agosto.
      Eravamo in moto, mi sono girata e le ho detto: non ti credere che per me sia una consolazione. Perchè non lo è. È solo dolore.
      Voglio che lo sappia. Lotterò sempre perchè lo perdoni anche se è un padre imperdonabile. Difficile. A volte mi verrebbe da mollare. Ma so cosa è giusto.
      Grazie Silvia, leggerti mi ha fatto bene. Mi ha ricordato da che parte devo stare. Penny

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