Cloe si è fermata da sua nonna per l’ultima volta.

Sembrava dormisse. Ma non c’era più. Non c’erano più i suoi capelli folti spessi, biondo California di quando era ragazza, gli occhi verdi come il mare, e le sue mani curate. Non c’era più il suo profumo che sapeva di buono. Lei non era lì. 

Le ha dato un bacio tenendo stretta la cornice attraverso la borsa, come potesse dissolversi, e se n’è andata prima che la portassero via.

Mentre tornava a casa si è messo a piovere all’improvviso. Una pioggia potente che ha oscurato il cielo in un attimo.

È entrata nel portone scola. La vista annebbiata. La testa piena i pensieri. L’ascensore era rotto. Così si è fatta sei piani a piedi.

Mentre inseriva la chiave nella porta, il signor Calvi è uscito sul pianerottolo e ha esclamato con la bocca stretta:”Il suo cane ha fatto di nuovo i bisogni sul mio tappetino!”.

Ci mancava anche lui, non era sufficiente la morte di sua nonna. La pioggia. E la sua vita sull’orlo del precipizio.

Il suo vicino è un rompiballe di prima categoria. Scapolo, vive ancora con la madre. Uno di quelli che al minimo rumore bussa sui muri. Uno di quelli che vivono per dare fastidio agli altri. E godono del disturbo che arrecano. In ogni palazzo ce n’è uno, in ogni vita pure.

Cerca di rispondergli con calma altrimenti rischia di esplodere e farlo con la persona sbagliata. Non le succede spesso, riesce sempre a controllarsi. A fare andare le cose come desidera.

“Non credo sia possibile. Portiamo fuori Gufo almeno tre volte al giorno” ribatte.

“Invece credo proprio di sì” insiste stizzoso il signor Calvi. “Poi come si farà a chiamare un cane Gufo, io non lo so!” aggiunge lui alzando gli occhi al cielo.

“Senta, cose vuole che faccia? Che pulisca?” risponde Cloe.

“No! Voglio che educhi il suo cane e anche i suoi figli”.

A quel punto Cloe va fuori, lascia la chiave inserita, e parte come un treno avvicinandosi ad un palmo di naso. I capelli le gocciolano sul viso. Le mani tremano.

“È stata una bruttissima giornata. E di lei, del piscio di Gufo, e della presunta maleducazione, non mi frega un cazzo! Ha capito bene?” si mette ad urlare in preda ad una crisi isterica.

Il signor Calvi indietreggia sorpreso dalla sua reazione e chiude immediatamente la porta. Cloe rimane impalata. Lascia cadere la borsa e ride. Ride e poi piange. Accasciata sul pavimento. Come non le capitava da tanto.

Piange per sua nonna e per quel messaggio sul telefono di suo marito scoperto per caso. Piange per la sua bambina che ha nove settimane di vita e che ora non vuole più. Implora un Dio a cui nemmeno crede, di riprendersela. E si odia per il fatto di pensarlo.

Il telefonino squilla. Rovescia il contenuto della borsa sul pavimento. Con urgenza lo prende e risponde tirando su con il naso.

“Pronto?”.

“Cloe, sei ancora da tua nonna?” le chiede Marco.

“No, sto entrando a casa” gli risponde lei asciugandosi gli occhi con il palmo delle mani.

É il suo Marco, l’uomo per cui ha fatto di tutto. Ha rinunciato alla carriera, agli amici più cari, ai sogni. Ma lo ha fatto convinta e decisa. Sì,  come tutte le coppie, hanno avuto una grande crisi qualche anno prima, ma è lui che insistito per il terzo figlio. Ricominciamo, le ha detto. E ora ha un’altra, chissà da quanto, chissà chi è. Perché lei non ha ancora chiesto niente, fino a quando non ne parleranno nulla sarà reale di quello che sta succedendo.

“Ecco, volevo dirti che ritarderò. Avrei voluto essere a casa per cena ma mi hanno messo una riunione tra un’ora. Voi mangiate, io vi raggiungo. Ok?”.

“Va bene. Ciao”.

“A dopo” le dice suo marito.

Com’è stato possibile? Come è successo? Dove si sono persi?

Guarda il contenuto della sua borsa sparso per il pianerottolo. Sente armeggiare dietro alla porta del signor Calvi, lo sa che la sta guardando, così senza pensarci gli fa il dito medio. E si stupisce di se stessa. Perché lei, è una che non perde mai le staffe. E, per un attimo, si sente bene.

Raccatta le sue cose e le rinfila in borsa. Si alza. Cerca di ricomporsi. Gira la chiave. I bambini le corrono incontro. Gufo anche. Lei si accuccia e li bacia.

“Sei fradicia” le dice Lollo, il più grande dei due.

“Ha iniziato a piovere, proprio mentre scendevo dalla macchina”.

Giulio, il più piccolo, annuisce e poi aggiunge:” Sembra che hai pianto, mamy”.

“No tesoro, è la pioggia”.

Gufo le scodinzola intorno. È un cagnone enorme. L’hanno trovato ancora cucciolo che vagava intorno all’isolato. Ogni tanto la lecca, come se conoscesse le sue ferite e sapesse che farne.

Sente un buon odore provenire dalla cucina. Si toglie il soprabito tutto bagnato e le scarpe.

Entra in cucina. Suo suocero sta girando il sugo. L’acqua per la pasta è già sul fuoco. La tavola è apparecchiata.

Battista ha un grembiule sopra la pancia e canticchia. É un uomo buono, rimasto vedovo da tanti anni, è lui che si è preso cura di Marco e di Jolanda, la sorella di suo marito, e ha fatto tutto da solo. 

Appena la vede si volta e le sorride.“Ciao Cloe, ho pensato di preparare qualcosa. Sarai stremata”. Le dice con il suo vocione.

Lei lo guarda. La sua barba bianca. Il suo corpo grande. Va verso di lui e sprofonda nel suo petto, come fosse una bambina.

E lui fosse suo padre. Quello che avrebbe voluto.

Penny

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