Siamo tutti a casa di Bice. Tutti, a parte mio fratello Lorenzo, che riesce sempre a svignarsela. Mia madre e i miei zii discutono chiusi in cucina da mezzora. Stanno litigando. Questioni di eredità, credo. La nonna ha diviso tutto con equità, è sempre stata giusta, a parte la casa al mare, che mi è stata donata, con grande sorpresa. Credo che stiano bisticciando proprio su quello. Io e i miei cugini siamo chiusi fuori, nemmeno avessimo dieci anni.

Furio parla al telefono da circa quindici minuti. Ha quattro anni più di me, è il figlio di mio zio Lucio, il fratello grande di mia madre. Non credo gli interessi molto della casa al mare, fa il broker e ha i soldi che gli escono dalle orecchie, però suo padre l’ha obbligato a venire per quella che hanno chiamato un’urgente riunione di famiglia. Zeno è uscito sul terrazzo a fumare, è figlio dello zio Renato, il fratello piccolo di mia madre, ha trentanove anni, ma ne dimostra quindici, vive ancora con i genitori. Mio padre dice che in ogni famiglia c’è un cazzone, nella nostra è lui.

Penso che Bice, questa volta, abbia fatto proprio un bel casino, persino mio madre è arrabbiata con me, non capisce perché quella casa non sia stata divisa tra i fratelli, come tutto il resto. Non sa delle lettere. E un po’ sono spaventata anch’io, a dir la verità. Sarà difficile mantenere il suo segreto.

Sono ritornata in camera di nonna, non hanno ancora toccato nulla. Ho preso la scatola rossa quella di latta dove ho trovato la lettera. Non so cosa contenga, forse la corrispondenza tra il nonno e quella Caterina, comunque non voglio che mia madre la trovi.

Mi tocco la pancia mentre cammino avanti e indietro. È una bella giornata. I bambini sono con Battista al parco, mio suocero è un santo, si è portato anche Gufo. Se non ci fosse lui la mia vita sarebbe alla deriva più di quello che è. Ora che non c’è più Bice sarei tentata di parlargli, raccontargli di Marco e dell’altra. Ho bisogno di qualcuno che stia dalla mia parte. Ma per quanto mi possa voler bene, lui è suo figlio e io sua nuora.

Ieri ho provato a cadere. Non so cosa mi sia preso. Marco era uscito di casa tutto in tiro, io avevo accompagnato i bambini a scuola, i pantaloni non mi si chiudevano, mi sentivo una mongolfiera e mentre scendevo lo scalone ho pensato che potevo inciamparmi e la bambina poteva ritornare da dove è venuta, e tutto sarebbe stato più semplice.

Forse è colpa sua se mio marito ha un’altra, di questo corpo che gonfia. Solo che non ci sono riuscita, non è facile cadere, buttarsi giù a peso morto.

Eccoli sono usciti. Gli zii richiamano i figli all’ordine, mi guardano con odio, prima uno, poi l’altro. Come avessi scelto io questa situazione. La mamma è paonazza in volto. Sbattono la porta e se ne vanno.

Guardo mia madre e aspetto che mi dica qualcosa. Ma non parla. Prende la borsa, ha le mani che tremano, afferra il pacchetto delle sigarette, ne tira fuori una e se l’ accende.

“Sono arrabbiati” dice quasi isterica e poi continua “come biasimarli, non capiscono perché tu debba avere quella casa dove tutti noi abbiamo passato l’infanzia. Forse la nonna voleva punirci”.

“Mamma, ma cosa dici!”.

“E allora perché?” chiede accorata.

“Che ne so! Forse pensava che non ve ne importasse poi molto, sono anni che nessuno di voi ci va più! La scorsa estate ci sono stata io con lei due settimane e poi le avete mandato la badante”.

Mi guarda e lo fa con odio, come non fossi sua figlia ma una nemica. E io non so cosa dire in mia discolpa, potrei raccontare delle lettere, spifferare tutto, ma ho promesso e manterrò il segreto. Lo farò per lei, per la nonna.

Mi dirigo verso il parco, ho il corpo che pesa come un macigno, non vedo l’ora di arrivare a casa e stendermi un po’. Prima di tornare dai bambini mi sono fermata sotto l’ufficio di Marco, ho guardato tutte le donne uscire, mi sono chiesta se una di quelle fosse lei. Sono stata tentata di salire, ma era tardi, ho rimesso in moto e sono partita.

Non ce l’ho fatta.

Vedo Battista in fondo allo scivolo, Giulio si butta tra le sue braccia. Sorridono. Lollo è un po’ più in là, seduto per terra che scambia delle figurine con un amico.

Gufo mi vede e abbaia. Battista lo slega dalla panchina e mi corre incontro scodinzolando, Giulio fa lo stesso, si svincola dalle braccia del nonno e corre verso di me.

Eccola la mia famiglia. Tutto potrebbe essere perfetto. Come avevo immaginato.

Ma non lo è. E ora lo so.

Quando sono a casa e tutti dormono apro la scatola di latta rossa. Ci sono un paio di fotografie di famiglia, le prendo e sotto ci trovo un’altra lettera. È per me da Bice.

La apro e leggo.

Penny

4 comments on “Cloe. La famiglia”

  1. Questo racconto (concedimi la supposizione che dietro ci sia la fiction) è proprio bello, di una grazie tutta femminile. Ricorda i personaggi della Munro.

    • Questa cosa della “grazia tutta femminile” me la tengo stretta. Mi hai reso felice. Alice Munro è la mia scrittrice preferita. Grazie Penny

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