Chiedo ai miei piccoli se sanno cos’è un diritto. Lo confondono immediatamente con il dovere. Chissà perché. Non è semplice trovare le parole per spiegare, ma loro mi aiutano. Basta qualche esempio, non voglio imboccarli, a sei anni capiscono al volo. Così, dopo aver ascoltato ciò che hanno da dire, mi ritrovo a spalancare la bocca e aprire il cuore davanti alla meraviglia di ciò che dicono.

I bambini hanno il diritto a leggere, scrivere, disegnare, andare a scuola.

Hanno diritto a essere nutriti.

Hanno diritto all’ospedale (essere curati).

A conoscere altri bambini e fare amicizia. 

Hanno il diritto a proteggere e essere protetti.

Hanno il diritto a essere felici.

Hanno il diritto di poter piangere per qualcosa. 

Il diritto a essere coraggiosi.

Il diritto alle stagioni, a poter vedere il cambiamento.

il diritto a un nome.

Ad avere ad una casa, una famiglia, una mamma e un papà, qualcuno che si occupi di loro.

Il diritto a non essere soli.

Il diritto alla speranza.

Ecco. Il diritto alla speranza, hanno detto, quella che noi, a volte, non abbiamo più. E che il mondo possa davvero accoglierli tutti, questi bambini; che possano avere una madre e un padre anche non di pancia, una madre e un padre che sappiano di terra fertile e non franino o non diventino mare in burrasca. Il diritto che qualcuno si occupi e preoccupi per loro, e gli dia un nome. A questa cosa del nome io non ci avevo proprio pensato, ma caspita se è importante! Senza nome non siamo niente. Il diritto a notare le cose che cambiano, come l’intercedere delle stagioni. Il diritto a non essere soli. Qualche profeta parla di egoismo di questa società, io parlo di solitudine, quella che fa male, che spinge e pulsa dolore. Il diritto alla cura, l’hanno chiamata diritto all’ospedale. E poi il diritto alla felicità. Quella che ci auspichiamo ogni istante della nostra vita. Il diritto a essere coraggiose, ha detto una bambina e ha puntato su quel femminile quando per sbaglio l’ho trasformato in maschile. Il diritto a poter piangere per qualcosa, poter essere tristi, che non siamo più capaci a starci nella tristezza. E ci spaventa e, a volte, spaventiamo pure i bambini.

Quando è suonata la campanella loro avevano le guance rosse, erano così fieri di aver detto parole importanti, per tutti. Abbiamo scritto una mappa alla lavagna, anche se non sanno ancora leggere, avevano chiaro di aver costruito qualcosa; prima di uscire mi hanno detto:

“Oggi non abbiamo fatto niente!”.

Io so cosa intendevano. Non abbiamo scritto sul quaderno. Nessuna filatina di A o che altro. Arriveranno a casa con una pagina bianca. Nessuna lezione impartita. Forse, la loro per me. Ma abbiamo letto una poesia di Gianni Rodari e Giusi Quarenghi. Poesie che parlano di cieli grandi. Perché, a volte, lo dimentichiamo, il cielo è lo stesso per tutti. Ed è davvero grande. E ci copre allo stesso modo, a me sembra una grande rassicurazione.

Oggi ci siamo avvicinati alla speranza. Che le cose cambino per loro, almeno così voglio pensare.

Vorrei che fossero menti critiche, in ricerca, che si possano porre domande. Quelle che noi spesso non ci facciamo più. Per stanchezza, per paura di guardare alla nostra vita, forse. Perché i bambini sanno di cosa hanno bisogno per stare bene.

Lo sanno e lo dicono.

Sono le stesse cose per cui varrebbe la pena lottare anche da grandi. Mi sa.

Solo che le perdiamo di vista.

Penny

 

 

6 comments on “Quello che i bambini dicono di se stessi.”

  1. Si perde tutto di vista e crediamo di essere brave persone solo se assolviamo ai nostri doveri. Facciamo come i tuoi bambini…li confondiamo con i diritti. E così andiamo avanti senza renderci conto per cosa vale la pena lottare.

  2. Li confondono con i doveri perché, di solito, è così che li educhiamo e li facciamo crescere. E la frase “oggi non abbiamo fatto niente” ne è un altro, triste, esempio. Il tempo della riflessione e dell’analisi appare quasi tempo perso. Brava cara Penny. Speriamo che in tanti seguano il tuo esempio.

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