Siccome la vita è quel caos cosmico che ci attraversa, sabato è stata una giornata difficilissima.

Sapete quando un oggetto si rompe, e tu ci tieni così tanto che fai di tutto per ricomporlo e sei dispiaciuta e ti viene da piangere.

Ma non lo puoi ricomprare perché non sarebbe la stessa cosa.

Allora raccogli tutti i pezzettini da terra e cerchi di rimetterli al loro posto, uno per uno. Ma non ci riesci e ti disperi.  Avresti voluto essere meno distratta, avresti voluto metterlo in qualche altro posto, al sicuro e ti domandi come sia stato possibile. Ti chiedi con insistenza perchè sia successo e non c’è un perchè.

Ecco, ieri mi è successa più o meno la stessa cosa. Ci sono eventi che non possono essere raccontati per rispetto alle persone a cui voglio bene.

L’ esistenza non va proprio come l’abbiamo immaginata. Tu pensi al post e sei felice, finalmente puoi dirlo. Hai un corso a cui tieni, sistemi tutto. Pensi al pranzo delle girls. Accogli la relatrice in stazione e speri di non esserti dimenticata nulla.

La verità è che possiamo sforzarci di preservarla, tenerla nascosta, al chiuso in un armadio, allora forse…ma se viviamo la vita fino in fondo, se proviamo ad essere autentici, non possiamo garantire un bel niente. Semplicemente non è governabile.

La vita intendo e la famiglia pure.

Nemmeno la felicità dei nostri figli, quella, in verità, non la possiamo preservare in ogni caso.

Ma, a volte, è dura, perché, a volte, bisogna raccogliere i cocci e basta.

Me la vedo spuntare disperata a fine corso.

“Ho un dolore qui, mamma “, si tocca la bocca dello stomaco e piange. E non c’è niente che io possa dire o fare per alleviare quella sofferenza.

“Ho bisogno di te” aggiunge con la faccia gonfia che sembra di nuovo bambina. “Scusa per la figura che ti ho fatto fare!” aggiunge.

Così, ho preso mia figlia e l’ho abbracciata, intanto non sapevo quali parole usare.

“Andiamo a casa” le ho detto e ci siamo fatte il percorso a piedi e in moto parlando un po’, ma poco. Finchè ha detto basta e quando siamo arrivate lei si è spogliata subito, io pure.

“Posso dormire un’ora?” mi ha chiesto infilandosi sotto alle coperte di un letto in cui non sta quasi più.

Ha dormito di sabato pomeriggio come avesse due anni. Avevo un sacco di cose da fare, invece mi sono fermata. Per lei e per me.

A volte bisogna prendere gli oggetti, quelli che si rompono e rimetterli in piedi, così come sono. Mezzi rotti, con delle parti mancanti.

Inutile buttarli via o fare finta che non sia successo niente. Sarebbe come raccontarsi un’altra volta delle storie. Come quella della famiglia che funziona. Della felicità.

E io non voglio.

Come non voglio dire a mia figlia che le cose cambieranno, perché forse non succederà, ma possiamo partire da ciò che abbiamo o non abbiamo per guardare la vita in un altro modo.

Sta a noi. Non tutto. Ma molto.

Sarebbe più facile dare la colpa. Inveire. Fomentare. Voi sapete di chi parlo. Ma non serve, non serve a me e nemmeno a lei.

Ad entrambe serve guardare quell’oggetto sul mobile mezzo rotto e amarlo di nuovo. Per ciò che è possibile, per quello che resta. Mancante così.

Ma detto tra noi: quanto è difficile?

Però si deve. Se vogliamo provare a stare bene. Noi e i nostri figli. Oltre la rabbia.

Penny

 

 

 

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