Tutti possono scrivere. Molti lo fanno. Ci vuole una pagina bianca. Un computer o una penna. Delle idee. Forse un po’ di fortuna se ciò che si scrive viene pubblicato. Non sempre essere bravi basta.

A volte, ho la sensazione, che osare nella vita disturbi parecchio, soprattutto, se si è donne.

Meglio rimanere nel proprio angolino a riempirsi la vita di lamentazioni, magari dare colpe al destino, al fato che ci è avverso e non ci ha permesso di raggiungere i nostri obiettivi.

Ogni tanto presa dallo sconforto me lo chiedo: non poteva bastarmi il mio lavoro di maestra statale che tanto amo? Non poteva bastarmi un amore? Un corso di scrittura ogni tanto? Non poteva bastarmi avere due figlie? Curare il focolare?

Cazzo, non mi basta. Ecco. Ora lo sapete.

Chi scrive decide di raccontare storie che non necessariamente sono le sue, ma dei personaggi che le vivono. Che camminano accanto finché non trovano forma nella pagina scritta.

“Il matrimonio di mia sorella” è il mio primo romanzo, e di storie in testa ne ho parecchie, alcune sono già nel cassetto da tempo.

Se avessi voluto scrivere la storia della mia famiglia, o infilarci dentro la mia vita (tutta), avrei scritto un libro dal titolo: “La storia della mia famiglia” ( e forse neanche quella sarebbe stata la vera storia della mia famiglia) oppure, per la gioia del mio papà, avrei scelto: “I Pennati”, e probabilmente non l’avrebbe comprato nessuno.

Insomma, sarebbe stata una bella o brutta storia autobiografica, storia della propria storia e non “Il matrimonio di mia sorella”.

Quando si scrive un romanzo l’autore ha un dovere nei confronti di se stesso: raccontare una storia. Che è la sua verità. È normale che attinga da fatti personali, da luoghi, da conoscenze, ma non per questo, in quelle pagine ci sara la sua vita. Magari frammenti. Parti. O niente di niente.

La cosa che mi sconvolge è che, spesso, sono le donne a fare commenti sessisti, che non farebbero ( ne sono sicura) se l’autore fosse uomo.

A lui sarebbe dato per nascita il diritto di “inventare”.

Ci terrei a dire una volta per tutte, che ognuno, all’interno della storia che legge, ci vede quello che vuole vedere. Cerca quello che vuole cercare. Al di là di chi l’ha scritta.

Ines non è mia madre, Io non sono Agnese, e mia sorella non è Celeste, e Rosa non esiste, ma mi sarebbe piaciuto tanto averla vicina. Eppure io sono un po’ Agnese. L’ho creata. Ho creduto in lei e nella forza del suo personaggio. E ho creduto pure in Ines, così tanto da farla diventare una madre credibile. E Celeste è dentro di me. Così bella da vederla riflessa nello specchio e desiderare di essere come lei.

A volte mi ritrovo con questo romanzo tra le mani, le parole buone che mi dite, il riconoscersi tutte, attraverso le donne rappresentate e, non posso che esserne felice. Altre volte, questo romanzo devo tenerlo nascosto. Come fosse un oggetto ingombrante.

Credo, come donna, di avere diritto alla mia realizzazione, qualunque essa sia. Una realizzazione, per quanto mi riguarda, anche economica, perché è da qui, non da altro che passa la mia libertà.  E se avessi steso i panni a vita, nessuno avrebbe avuto niente da dire, è questa la verità.

Una donna che osa è una donna che fa paura. Non solo agli uomini.

So che se fossi rimasta nel focolare che mi sono scelta, sognato e immaginato fin da bambina, in un porto sicuro, sarebbe stato tutto più semplice, almeno per alcuni.
Che una donna, nel pensare collettivo, non può desiderare di più. E se lo fa, è ambiziosa o non scopa. Frigida. Lesbica o che altro. A volte, la dà facilmente… dice qualcuno.

Non si tratta di competere e, comunque, non ci sarebbe niente di male, si tratta di spingersi verso ciò che si desidera. Verso progetti che ci tengono in vita. Verso ciò che amiamo fare. E io amo scrivere. Nonostante sia stata una pessima alunna, abbia dei buchi tremendi, sto diventando una scrittrice, che mi viene persino difficile scriverlo.

E se come scrittrici dobbiamo a noi stesse una storia, come persone dobbiamo a noi stesse la verità.

La mia mi fa procedere verso strade che altri ritengono fastidiose e non prevedono scopa e paletta, né torte da sfoderare alle feste, né pasta fatta in casa, né particolare dedizione genitoriale.

Ognuno sceglie la sua strada. Io ho pubblicato un romanzo, e non dico che sia meglio o peggio, ma rivendico il mio diritto a stare bene, e fare ciò che mi piace fuori dalle mura di casa.

Oltre la mia famiglia. Oltre le mie figlie. Per me.

Solo ed esclusivamente per me.

Ecco. Questa è la mia storia. “Il matrimonio di mia sorella” invece è un romanzo. Narrativa contemporanea. Vorrei fosse definito così. Quando lo  chiamate romanzo “rosa” , siccome  il romanzo “azzurro” non esiste, tendo a considerarlo uno stereotipo di genere. E non mi va.

Infine, ci metto la faccia. Come sempre.

Cinzia Pennati.

6 comments on “Definitemi scrittrice di romanzi “rosa” solo quando esisteranno i romanzi “azzurri”.”

    • Grazie, tu non sai che fatica. O forse lo sai. Resistere non è sempre facile, a volte, mi viene lo sconforto. A volte mi sembra di dover spiegare delle cose ovvie, soprattutto alle donne e questo mi sconvolge. Per fortuna, per il resto, tanta solidarietà. Ti bacio, ti leggo. Bacini Penny

  1. poi un tale disse…non ti curar di loro, ma guarda e passa. Comunque hai seminato qualcosa di importante. Per i cambiamenti, in particolare di mentalità, ci vuole tempo

    un abbraccio

  2. È così che intendo essere solidali tra donne, senza giudizio. Già è difficile essere donne in una società maschilista che non ci serve esserlo anche tra di noi.

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