La verità è che spesso noi donne non siamo credibili. È questo che ci dicono gli uomini.
Dobbiamo convincerli che il nostro pensiero valga tanto quanto il loro. Continuamente. Quando veniamo stuprate e la nostra scollatura li ha indotti in tentazione. Al lavoro, quando il “capo” ci molesta, chissà cosa gli abbiamo fatto immaginare!

Non ci credono dentro alle conversazioni. Non ci credono se abbiamo un incidente in auto e la colpa non è nostra. “Chissà dove avevi la testa!”

Non ci credono nemmeno quando gli diciamo che stiamo male dentro al matrimonio. “Non è possibile, cosa ti manca?” Obiettano interdetti.

La verità, nemmeno troppo celata, è che risulta inconcepibile che una donna scelga altro,  perché sono cresciuti (ovviamente non tutti, non me lo fate ripetere) con l’idea che solo il fatto di avere un uomo vicino dovrebbe farci sentire appagate.

E quando, dopo mesi, a volte anni, finalmente prendiamo coraggio e dichiariamo: “Voglio la separazione”. Apriti cielo!

A quel punto diventiamo in un attimo troie, stronze, cattive madri.

“Non ti riconosco più” ci dicono. E non ci credono ancora, perché è da sempre che il loro pensiero vale più del nostro. Il loro potere nel mondo è più del nostro.

 E quando ci dicono: “In casa comandano le donne!” non hanno capito, che, a noi, di comandare in casa non ce ne frega niente! Che scegliere tra ravioli e tortellini o chi e come  invitare a cena, oppure quale sport fare ai figli, non è la nostra massima aspirazione. Soprattutto, se in ogni altro spazio sociale e politico siamo sempre in secondo piano. Sempre quote e persino rosa. Confezionate a dovere.

Vorrei ricordarvi che, rispetto agli uomini, guadagniamo ancora il 23% in meno, perché lavoriamo meno ore retribuite, operiamo in settori a basso reddito o siamo meno rappresentate nei livelli più alti delle aziende. Ma anche, semplicemente, perché riceviamo in media salari più bassi rispetto ai nostri colleghi maschi per fare esattamente lo stesso identico lavoro.

Ora è arrivato il sindaco di Novara con questa storia del decoro e torniamo indietro di decenni. Perché il problema non è come punire quegli uomini che hanno comportamenti di abuso e deviati nei confronti delle donne, ma quello di noi donne: non dobbiamo provocarli. Oppure la mozione a Verona per quella che viene chiamata “prevenzione dell’aborto”, anche qui, decenni di lotte spezzate in un attimo.
Poi è arrivato lui. Pillon. E i quattro senatori del M5S ( tra cui quattro donne😳), non dimentichiamolo, e sarà ancora più difficile diventare credibili.

Dovremmo non solo convincere nostro marito che non lo amiamo più, che le cose cambiano, che non siamo delle cattive madri, che i bambini stanno bene se la “coppia” funziona, ma dovremmo spiegarlo anche a un mediatore. E sarà lui a dirci come e quando potremmo separarci. E se non funziona ci fanno tornare a casa, in quella casa in cui non vogliamo più stare. Violenza su violenza.

La strada sarà più dura e difficile già di quel che è. Non solo psicologicamente ma anche economicamente.  È questa la volontà. Piegarci. Farci desistere. Costringerci a rimanere all’interno di famiglie stanche, perché siamo più controllabili. Più gestibili.

Tutte noi conosciamo le fatiche di un NO. Sappiamo quanto ci costa e ci è costato tirare su la testa. Dare dignità al nostro pensiero. Quanto sia faticoso esprimere ciò che pensiamo senza essere considerate femministe isteriche. O semplicemente dentro a frasi del tipo: “Hai le tue cose?”.

Quante volte ci siamo sentite dire: “Con questa storia delle pari opportunità ci avete rotto”. Peccato che in Parlamento, laddove si decide il tutto, le donne sono solo il 35%. Ed è il Parlamento con maggiore presenza femminile dalla nascita della Repubblica, pensate un po’.

Il problema è che quando gli uomini possono essere equi scelgono di farlo solo dentro a una legge che li costringe all’uguaglianza di genere. Le regole per le candidature, ad esempio, in questa ultima legislatura dicevano che ogni partito o coalizione non potesse avere più del 60 per cento di candidati dello stesso genere.

I partiti hanno sostanzialmente rispettato i limiti minimi imposti dalla legge attribuendo la quota del 60 per cento al genere maschile e quella del 40 al genere femminile ma non sono andati oltre. In parole spicciole non potevano candidare meno di 552 donne, il massimo era 840. Indovinate quante ne hanno candidato?  580, non 800, nemmeno 700.

Le donne capolista dei sette principali partiti (PD, M5S, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, + Europa e Liberi e Uguali) erano in totale 266: e il minimo legale era 245.

Direi che questo “minimo” la dice lunga sulla volontà tiepida di cambiare le cose sa parte degli uomini.

E, allora, questa battaglia è una nostra battaglia.
È la battaglia dei No. Dell’essere credibili. Dello spazio fuori della famiglia. Della partecipazione. Dell’essere protagoniste della nostra esistenza. Di non limitare la vita delle nostre figlie, solo perché sono donne, solo perché qualcuno potrebbe approfittare di loro mentre rientrano a casa.

E far sì che le conquiste delle donne dello scorso secolo non vadano perdute. E non perché siamo più intelligenti degli uomini. Più capaci. O femministe.

Perché uno deve valere uno. E non deve essere una concessione, ma un diritto.

Penny
#ilmatrimoniodimiasorella.

Ps: uscite di casa. Stiamo insieme. Che insieme siamo una forza. E il 10 novembre, qualsiasi sia la vostra piazza scendete al fianco di altre donne e se non l’avete mai fatto, informatevi e passate di lì.

Siate una speranza.

24 comments on “Il Ddl Pillon. E altre repressioni. Un disegno preciso contro le donne.”

  1. non ho mai letto tante sciocchezze, messe in fila una dietro l’altra in una volta sola… Questa sua è la prova provata del perchè siete in questa situazione di arretratezza.. SI vergogni

    • È proprio questo che intendevo: ci sono uomini che solo per il fatto di essere uomini pensano di doverci spiegare le cose. Nel suo caso non si abbassa nemmeno a spiegare e motivare il suo dissenso. Giudica e basta.
      Direi che la tesi dell’articolo è ampliamente dimostrata dal suo commento.
      Buona giornata

  2. Veramente è Lei che dall’alto del suo pulpito, senza dare uno straccio di ragione, si permette di criticare una legge che 5 milioni di padri separati aspettano. Scommetto che nemmeno l’ha letto il testo, se no non scriverebbe le falsità che si leggono in questo articolo. Quali? Beh ad esempio la mediazione prevista nel DDL PILLON prevede 1 sola seduta, la prima obbligatoria, e GRATUITA, e rivolta non a riappacificare la coppia, se lei vuole separarsi sono affari suoi, ma alla gestione in comune di un piano genitoriale atto a gestire assieme, nel rispetto del ruolo di entrambi, il futuro dei figli.
    Se l’avesse letto saprebbe che il DDL Pillon esclude tutti i casi di violenza, ma Lei no non l’ha letto.
    Potrei andare avanti ancora a lungo, ma la verità è che per farsi pubblicità fa comodo sparare a zero su un argomento delicato, e Lei lo fa… le ribadisco SI VERGOGNI

    • In una lettera inviata al governo italiano le relatrici speciali delle Nazioni Unite, Dubravka Šimonović, sulla violenza contro le donne, e Ivana Radačić, che è anche presidente del gruppo di lavoro sulla questione della discriminazione verso le donne nelle leggi e nella pratica, esprimono “profonda preoccupazione” per la proposta presentata dal senatore della Lega, che è attualmente all’esame della commissione Giustizia del Senato.
      La missiva di sei pagine, pubblicata dall’Huffington Post e inviata dal Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra, afferma che il decreto sarebbe “in contrasto con la Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia il 10 Settembre 2013″ e renderebbe “la mediazione obbligatoria problematica per un certo numero di motivi”. Il ddl, continuano le relatrici Onu, “non fornisce inoltre alcuna indicazione su quali siano gli strumenti, modalità e procedure a disposizione del mediatore per prevenire o risolvere situazioni di violenza presente in una coppia/famiglia, sollevando preoccupazioni che tale mediatore non sarebbe necessariamente competente a gestire situazioni di pericolo reale per l’integrità fisica delle persone coinvolte”.Le relatrici prendono in esame vari articoli del testo Pillon e sottolineano come secondo il ddl “sarà richiesto che il bambino, anche se vittima di violenza, veda/incontri il genitore violento o maltrattante come previsto dal testo, secondo il quale al bambino deve essere garantita una doppia genitorialità”. Inoltre “l’articolo 14 del ddl rende impossibile per le vittime di violenza, che siano genitore o figlio, fuggire dal luogo in cui si è verificata la violenza per trovare protezione e sicurezza”. L’Onu conclude spiegando all’esecutivo che apprezzerebbe “ricevere una risposta entro 60 giorni” sui rilievi mossi al ddl. La risposta del nostro Paese sarà inclusa in una rapporto al Consiglio per i diritti umani “per le sue considerazioni”.

      D’altronde neanche loro sanno di cosa stanno parlando, chissà perché si preoccupano.
      Non credo di dover aggiungere altro.

  3. Le 2 signore che Lei cita lo sa dove andranno a controllare la condizione delle donne? Iran? Afganistan? Arabia Saudita? Naaaaaaaaa Canada, Bahamas ed Australia… Questo basta ed avanza a qualificare il valore della loro professione e del loro giudizio… Ripeto, prima di scrivere corbellerie avrebbe dovuto almeno avere il gusto di leggere il DDL, non pretendo che lo legga tutto, ma almeno che ne comprenda i punti base… ma lei non l’ha fatto…. SI RI-VERGOGNI

  4. La Bi-genitorialità perfetta? Bene! Ma mi viene subito un pensiero: perchè è necessaria solo in caso di divorzio e solo in questo caso lo stato se ne occupa? Finchè la coppia non “scoppia”, allora i figli non ne hanno bisogno e lo stato può/deve “farsi gli affari suoi”? Qualcosa non torna…
    Signori, iniziate a occuparvi DAVVERO di figli, famiglia e casa quando le cose vanno bene! Non per hobby, non facendo un favore, non AIUTANDO la moglie/compagna! E’ un DOVERE, non un AIUTO!!!!
    Ah, sono sposata e ho un bimbo, parlo con cognizione di causa.

  5. Semplice perché solo in caso di separazione/divorzio lo stato entra a gamba tesa ed impedisce ad uno dei 2 genitori (nel 95% dei casi il padre) di esercitare il proprio ruolo. O le risulta che, salvo casi eccezionali di maltrattamenti o altro, in una famiglia “normale” ad un padre sia impedito di frequentare con continuità il proprio figlio/i? Mi dica piuttosto perché quando una coppia “scoppia” i figli vengono sempre (ripeto nel 95%) dei casi affidati alla madre relegando il padre al ruolo di bancomat e ospite visitatore? Come mai Lei che predica la parità di diritti (anche di doveri?) non si indigna? Glielo dico io, perché è una situazione di comodo… Lei è rimasta agli anni 30′ quando c’era un marito padre padrone ed una donna sottomessa, oggi nel 2018, noi 40enni partecipiamo eccome alla vita “domestica e famigliare” a volte dedicandovi anche più tempo delle nostre compagne che magari sono impegnate in lavori che le tengono molte ore fuori casa. Uscite dal Medioevo di idee antiquate e che vi fanno comodo.
    E dopo 5 scambi, ancora non è entrata nel merito del DDL 735, perchè NON LO HA LETTO!

    • Ma chi ha detto che attualmente a un padre è impedita la frequentazione dei figli? Il giudice già ora IMPONE visite e frequenza, IMPONE collaborazione nell’educazione e nella crescita dei figli e l’altro genitore ha l’OBBLIGO di favorire tali frequentazioni. Ma sono certa che lei conosca perfettamente sia l’attuale legge in vigore che il testo del DDL, letto con la stessa accuratezza con cui legge i commenti… peccato non si sia accorto che io non sono la stessa persona che ha commentato in precedenza (“E dopo 5 scambi, ancora non è entrata nel merito del DDL 735, perchè NON LO HA LETTO! – CIT.”).
      Ma forse una donna vale l’altra, un po’ come si pensava negli anni ’30 🙂

  6. Il giudice non impone cara lei, CONCEDE diritti di visita, non IMPONE nessun tipo di collaborazione e l’altro genitore, la madre, spesso, si frappone tra i figli ed il padre arrivando in alcuni casi ad una vera e propria alienazione genitoriale. La legge attuale la conosco perfettamente e conosco perfettamente come venga disattesa… Ha ragione mi era sfuggito che Lei fosse una persona differente, d’altronde scrivete tutte la stessa cosa, il pensiero unico omologato… Comunque nemmeno Lei ha risposto, pertanto riformulo la domanda: “Perché quando una coppia “scoppia” i figli vengono sempre (ripeto nel 95%) dei casi affidati alla madre relegando il padre al ruolo di bancomat e ospite visitatore? Come mai Lei che predica la parità di diritti (anche di doveri?) non si indigna?”
    Attendo con fiducia una risposta sensata

  7. Coniuge “prevalentemente” affidatario dei figli: colui a cui è prevalentemente affidata la prole e presso il quale i figli saranno residenti (nell’interesse dei figli, soprattutto piccoli, si evita di cambiare la casa in cui hanno vissuto fino a quel momento). Non mi risulta che la legge stabilisca che sia la madre. Sono i giudici che di volta in volta valutano il caso singolo e DECIDONO. L’ordinamento giuridico è composto dalle leggi e dai tribunali. Evidentemente i giudici reputano nel 95% dei casi che la madre sia il genitore più idoneo a ricoprire il ruolo di coniuge prevalentemente affidatario. Il perché va visto caso per caso.

    Attualmente esiste il DIRITTO alle relazioni personali tra genitore e figlio, pertanto tale DIRITTO è difeso dai tribunali competenti qualora l’altro genitore ne impedisca l’esercizio. Quindi niente bancomat né visitatore. Se un genitore impedisce le visite, lo farà anche con la nuova legge. Anche con il nuovo DDL, si dovrà far ricorso alle vie legali per vedere rispettati i propri diritti.

    Se poi vuole mettere in dubbio la capacità di giudizio dei giudici, è opinione sua, esclusivamente personale.

    Mi indigno eccome, quando non viene più valutato ogni caso singolarmente ma si vuole imporre un modello “standard”, quando invece la vita, la famiglia e le persone nulla hanno di standard (per fortuna).
    E lo dico da madre che in caso di separazione avrebbe ben più potere economico di mio marito, per cui probabilmente sarei tenuta io a pagare un mantenimento a lui. Quindi la legge attuale proprio comodo non mi fa.

    E si ricordi che condividere un’opinione non vuol dire necessariamente aver adottato in maniera acritica l’opinione di qualcun altro. Si può anche avere la stessa opinione dopo averci riflettuto, quindi non trovo nulla di sbagliato se io e altre persone (non necessariamente donne) siamo contrari al DDL.
    Per fortuna, per ora, c’è ancora libertà di pensiero ed espressione, per cui può non essere d’accordo, ma lei non è tenuto a insultare dando del “retrogrado” a nessuno.

  8. Lei ignora la reale situazione, o finge di non capire. Mi dica le sembra ragionevole che nel 95% dei casi la madre sia il genitore “migliore” e pertanto genitore prevalentemente collocatario in un falso affido condiviso? E a proposito di casa, se come dice lei “nell’interesse dei figli, soprattutto piccoli, si evita di cambiare la casa in cui hanno vissuto fino a quel momento”, se la casa è di esclusiva proprietà del padre come mai questi comunque deve lasciarla in favore della madre, magari continuando pure a pagarne il mutuo? Non potrebbe essere lui il genitore collocatario? Ha ragione Lei quando dice che non è la legge attuale ad essere sbagliata, ma che “sono i giudici che di volta in volta valutano il caso singolo e DECIDONO”, solo che i giudici non decidono di volta in volta e non valutano caso per caso, si limitano ad applicare un protocollo consolidato per cui i figli “sono della madre” e questo perché la legge attuale da loro troppo discrezionalità. CI vuole una legge invece nella quale si traccino dei confini ben precisi all’interno del quale ci si debba muovere: bigenitorialità, perchè non debba esserci un genitore di serie A ed uno di serie B, mantenimento diretto proporzionale, ossia i soldi spesi per i figli devono realmente essere spesi per loro e non regalati a fondo perso alla madre senza rendicontazione, e lotta all’alienazione, per cui così come un padre che non paga l’assegno di mantenimento rischia il carcere, così deve essere per una madre che parla male del padre ai figli, che fa false denunce (lo sa che 3 su 4 sono false e finiscono in un nulla di fatto?) o che impedisce la normale frequentazione del figlio al padre.
    Mi dica visto che è madre, sarebbe contenta se in caso di separazione dal suo compagno un giudice, senza nemmeno guardarla in faccia, le dicesse bene, da domani tuo figlio lo vedi solo 2h per 2 giorni a settimana ed 1 week-end su due, e questo solo perchè Lei è donna e ritenuta meno capace di essere un buon genitore di suo marito? Le appioppasse un assegno di mantenimento a fondo perso e le dicesse di cercarsi una nuova casa? Questa sarebbe una soluzione equa? Per il bene del suo bambino? Non serve che risponda….
    Ecco si indigni perchè oggi siamo in una situazione standard, mentre il DDL 735 vuole proprio ribaltare questa situazione insostenibile

  9. Serve che risponda perché implicitamente mi sta accusando di essere a favore dell’attuale legge solo in quanto donna e quindi, a suo avviso, da essa avvantaggiata e mi accusa di fingere di non capire (su che basi, non so, visto che non mi consce).
    Semplicemente, da genitore (non da madre, ma da genitore) eviterei a mio figlio di dover subire, oltre alla separazione, anche un trasferimento di casa o doversi dividere tra due case (cosa sancita dal nuovo DDL). E sì, anche se la casa fosse interamente mia e fossi io a doverla lasciare.
    Se mirasse a equilibrare le scelte dei giudici, sarei d’accordo con questo DDL. Ma invece non mira a questo, quindi mai e poi mai mi vedrà favorevole.

    Mi ripeto: per fortuna, per ora, c’è ancora libertà di pensiero ed espressione, per cui è libero di non condividere le altrui opinioni, ma questo non le concede la libertà di attribuire motivazioni e opinioni recondite ad altri.

    La ringrazio se vorrà rispondere, ma non ho più intenzione di proseguire la conversazione, per non annoiare gli altri lettori. Buona giornata

  10. Ci sono fior fiori di studi che testimoniano che per un bambino è meglio dividersi tra 2 case e poter frequentare con equilibrio entrambi i genitori piuttosto che perdere uno dei due… In merito alla casa, le faccio tristemente notare gli infiniti casi di madri che si trasferiscono a decine o centinaia di Km di distanza, in quel caso è ancora il ben dei figli? è evidente che è favorevole all’attuale legge solo in quanto donna, non ha addotto una motivazione che sia una differente per difendere la sua posizione che è puramente ideologica, come l’articolo da cui è nata la nostra discussione. Buona giornata a Lei

    • Rispondo qui a tutte le sue osservazioni.
      Buongiorno, mi dispiace comunicarle che lavoro, e che da questo blog io non guadagno una lira. Il mio lavoro da dipendente pubblica è molto importante, quindi quando riesco rispondo. Inoltre non sono solita dover fare spiegazioni come fanno i bambini quando vengono provocati, comunque, il disegno di legge, all’ art. 7 che modifica il 706 c.c., prevede che i genitori a pena di improcedibilità ( e quindi obbligatoriamente ) debbano iniziare un percorso di mediazione familiare, inoltre, si scrive che il mediatore -all’esito, si suppone negativo- deve redigere una attestazione in cui si dice che comunque ci hanno provato. È da questa norma che si deduce quindi, che, l’unica mediazione obbligatoria sia la prima e che in questa prima seduta si possa prendere atto del fatto che la mediazione non è riuscita.  Poi c’è la norma  dell’articolo 4 in cui si stabiliscono i parametri per la determinazione  dei compensi professionali per i mediatori familiari prevedendo, appunto, in ogni caso la gratuità del primo incontro. Quindi è vero che, in teoria, si potrebbe fare un primo incontro gratuito e in questo incontro prendere atto del fatto che non c’è possibilità di mediazione, oppure arrivare a quell’incontro in cui si è già deciso che si  procede con la separazione.  Ma, nel momento in cui la norma dell’articolo 7 ti dice che a pena di improcedibilità bisogna iniziare un percorso,  o questo rimane una mera formalità come, peraltro, a volte, accade per la mediazione negli altri casi, quindi, le persone semplicemente fanno finta di andare dal mediatore e si fanno fare una dichiarazione in cui si scrive che la mediazione non avuto successo e allora in quel caso è completamente inutile ed è solo un passaggio in più. Se invece la norma vuole introdurre il peso della effettiva mediazione familiare, di certo non potrà essere gratuita perché in una sola seduta a malapena il mediatore conosce i coniugi, quindi la situazione è più complessa di quello che lei sostiene. Quindi non si può dire semplicisticamente che sia prevista solo una seduta ed è gratuita; si prevede l’inizio di un percorso di mediazione familiare senza dire quante sedute devono essere fatte.
      Quanto alla violenza l’unica  norma che parla espressamente di violenza  è l’articolo 11 che modifica l’articolo 337 ter del codice civile e che riguarda  l’ipotesi di provvedimenti nei confronti dei figli. La norma esclude è vero l’obbligo di permanenza paritario in caso di violenza, ma è estremamente generico,  ad esempio riguardo al fatto che sia violenza nei confronti del figlio o della madre, ovvero violenza fisica o psicologica, e provata come? Rischia di essere situazione niente affatto tutelante, costringendo le vittime di violenza ad un confronto e  ad una interlocuzione con l’autore dei maltrattamenti.  
      Inoltre le spiego il perché nel 95% dei casi i bambini, nonostante l’affido sia condiviso, passano il maggior tempo con la madre. I giudici non fanno che avvalorare la situazione già esistente in famiglia, perché, scelgono di tutelare i minori non cambiando le abitudini dei bambini, ovvero il fatto che sono, in larga parte, ad occuparsi di loro. Molto padri si scoprono padri solo dopo la separazione, quando devono corrispondere l’assegno di mantenimento per i figli. Ma se i genitori si occupano entrambi dei figli so di situazioni ( il mio compagno ad esempio) in cui i minori stanno una settimana dal padre e una dalla madre. Tempo diviso equamente, perché equamente veniva gestito anche prima. 
      La legge c’è già ed è una legge che parla di affido condiviso.
      Le auguro una buona giornata.
      Penny

                       

  11. Buongiorno, intanto la ringrazio per la risposta anche se la precisazione sul suo lavoro e il blog era del tutto superflua.
    Qui non si tratta di provocazioni o di bambini cui rispondere, ma di un sano confronto che porti a sanare una situazione insostenibile ed iniqua. Quello che cerca di fare il DDL 735 che è una proposta, e come tale perfettibile. Quindi definirlo come il male assoluto è ingiusto e sbagliato.
    Entrando nel merito mi pare proprio che Lei confonda la mediazione familiare atta a risolvere possibilmente in modo positivo una crisi di coppia con la mediazione proposta qui, atta invece unicamente a trovare un accordo comune tra i genitori per quanto riguarda il processo educativo e formativo dei figli.
    L’idea è quella di arrivare in tribunale con un piano genitoriale redatto in pieno accordo tra i genitori, con costi decisamente inferiori rispetto ad una causa di separazione in tribunale, riducendo anche il carico di lavoro dei tribunali stessi ed affidandosi a professionisti che sicuramente conoscono la materia meglio del giudice di turno che sappiamo bene ad oggi adotta provvedimenti generali comuni e non entra quasi mai nel merito della coppia in questione.
    La prima seduta pertanto è obbligatoria e gratuita e mira proprio a quello, e le successive, per un massimo di 10, così a me risulta anche da dichiarazioni di Pillon stesso, primo firmatario del DDL 735, hanno un costo fisso ben preciso, cosa ci vede di sbagliato?
    L’idea di base, ripeto, è quello di arrivare in tribunale semplicemente per farsi ratificare l’accordo trovato evitando lunghe e costose liti in tribunale e con gli avvocati.
    Un accordo che preveda un’equa divisione dei tempi da trascorrere con i bambini, un’equa divisione delle spese con pagamento diretto e non omaggi e regalie all’ex.
    Tutto questo non riguarda la possibilità per una donna di separarsi, né riguarda il suo eventuale diritto ad un assegno divorzile, ma riguarda solo la gestione dei figli.
    Se riguardo la violenza secondo Lei il provvedimento è troppo generico, per me non lo è visto che in quel caso la mediazione e tutto il resto sono escluse, si può migliorarla, ma ancora una volta dire che il DDL 735 fa regredire la situazione femminile è assurdo e falso. Inoltre, finalmente, la norma prevede pene per tutte quei genitori (quasi esclusivamente donne) che in fase di separazione ricorrono a false denunce di maltrattamenti, solo 1 su 5 risulta vera, o che impediscono una sana frequentazione dei figli con l’altro genitore. Anche qui le chiedo cosa ci vede di sbagliato?
    Il discorso finale è sessista e squallido oltre che retrogrado e potrei risponderle che molte madri si scoprono madri perché è comodo restare a casa in panciolle, coi figli a scuola e il compagno/marito al lavoro, o che si scoprono madri solo dopo la separazione per avere un “vitalizio” grazie al collocamento dei figli.
    Direi che è il caso di uscire da questi luoghi comuni sciocchi e validi magari 50 anni fa. Oggi nelle coppie moderne spesso entrambi lavorano ed entrambi si occupano in modo attivo ed intercambiabile dei figli, la figura del padre padrone e della mamma chioccia non esistono più.
    La legge attuale parla sì di affido condiviso, ma nella pratica delle decisioni dei giudici il genitore non collocatario trascorre poche ore e spesso da visitatore con i propri figli con un totale sbilanciamento a favore dell’altro, o Lei crede che 2 ore per 2 giorni a settimana siano sufficienti a stabilire un corretto rapporto emotivo ed anche educativo con i propri figli?
    Donne come Lei che si battono giustamente per la parità di diritti, ma anche di doveri (vero?) dovrebbero riconoscere che si è pari in tutto non solo in quello che fa comodo.
    E su questo argomento la invito a verificare i dati sul lavoro e sul perché le donne in media guadagnano meno, perché se è vero che a parità di lavoro gli stipendi dovrebbero essere i medesimi, è pur vero che mediamente le donne fanno lavori più agevoli e generici come la segretaria, e meno specifici come l’idraulico o il muratore. Se cerca su google troverà infiniti articoli in tal senso.
    Concludo invitandola ad un esame più approfondito del DDL 735 e a dare un suo contributo positivo a tale proposta di legge, che si può chiaramente migliorare. Quello che non si può fare però è affermare che oggi tutto va bene “madama la marchesa” perché ci sono 5mln di padri discriminati che aspettano solo giustizia ed equità…
    Buona giornata a Lei

    • Roia, il giudice anti-violenza: “Il ddl Pillon è incostituzionale”

      scritto da Flavia Landolfi il 03 Ottobre 2018
      IN FAMIGLIA
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      “Il ddl Pillon potrebbe sollevare un serio conflitto di costituzionalità”. Parola di Fabio Roia, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, voce tra le più autorevoli nel panorama del contrasto alla violenza di genere. Profondo conoscitore del fenomeno, ha seguito il tema della tutela dei soggetti deboli prima in procura, poi dal 1991 come presidente di collegio. Suo il lavoro “Crimini contro le donne, politiche, leggi e buone pratiche” (Franco Angeli, 2017), un volume che raccoglie anni di studio e di esperienza in tribunale.

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      Dottor Roia, che idea si è fatta del ddl Pillon e del suo progetto di riformare il diritto di famiglia?

      Si tratta di una riforma devastante su più fronti. Il primo è quello di palesare una manifesta sfiducia nei confronti dei giudici che devono applicare le norme e quindi devono leggere le singole vicende familiari. Teniamo presente che non è possibile codificare un unico intervento da parte del giudice laddove c’è una crisi nella relazione familiare: ogni crisi ha una sua connotazione, ogni rapporto ha una sua particolarità che deve essere analizzata, valutata e decisa dal singolo giudice. Ma c’è un secondo aspetto non meno grave: la riforma contenuta nel ddl Pillon è basata su una visione adultocentrica e poco proiettata all’interesse del minore.

      In che senso?

      Penso al doppio domicilio. E’ impensabile che un minore possa avere in maniera così meccanica due residenze, due luoghi di dimora, un padre e una madre di genere maschile e femminile rinnegando così tutte le altre unioni che sono riconosciute anche a livello giuridico interno. E soprattutto si tratta il minore come se fosse un ospite di due case diverse, di due stili di vita diversi. Questo può provocare dei danni nel bambino che a lungo andare può manifestare dei casi di scissione. Quando ero pubblico ministero ricordo il caso di due genitori separati che imponevano al minore una conformità obbligata a due stili di vita: questa povera bambina non aveva più una propria identità ma si conformava di volta in volta ai desiderata dei genitori. Questa non è altro che una forma di violenza nei confronti del minore.

      Il ddl Pillon può avere dei profili di incostituzionalità?

      Sì, assolutamente. Basti pensare alle convenzioni internazionali ratificate dal nostro Paese che in forza dell’articolo 117, comma 1 della Costituzione sono a tutti gli effetti leggi dello Stato. Quando il nostro Paese ratifica un accordo internazionale questo diventa una norma positiva per lo Stato italiano. Ci può essere quindi un conflitto con l’articolo 117 per alcuni principi del ddl Pillon in palese contrasto con alcune convenzioni. Penso a quella di New York e di Istanbul che pongono al centro della contesa tra adulti l’interesse del bambino. E che pongono i genitori sul piano di una responsabilità che deve essere esercitata ma sempre nell’interesse del minore. Non esiste un diritto a essere padre o madre a prescindere dal diritto del minore. Ma c’è un diritto a essere padri e madri sempre mettendo al primo posto il benessere del proprio figlio. L’impianto del disegno di legge sconfessa questa impostazione.

      Che cos’è la sindrome di alienazione parentale ovvero alienazione genitoriale o manipolazione?

      Si tratta di una falsa sindrome, nel senso che sotto il profilo di patologia non ha avuto nessun tipo di riconoscimento scientifico perché non è mai stata inclusa nei manuali delle malattie psichiatriche che è il Dsm. E quindi non ha ottenuto una validazione. Oggi non si chiama più sindrome ma viene definita come atteggiamento che viene descritto nell’ambito di tutte le esperienze di separazione, sia in presenza che in assenza di violenza dove si ritiene che un genitore possa manipolare il bambino mettendolo contro l’altro attraverso una sorta di “brain washing”, cioè un lavaggio del cervello, facendo in modo che il figlio non voglia frequentarlo.

      Secondo la sua esperienza questo fenomeno esiste?

      Questo atteggiamento può esistere ma non è un fenomeno. Noi non abbiamo dati di accertamento su una proliferazione di massa di queste manipolazioni. Mi spiego: la violenza contro le donne è un fenomeno perché tutti i dati nazionali, internazionali, europei, giudiziari e di analisi Istat ci dicono che normalmente nei procedimenti penali per violenza la donna è vittima nel 90% dei casi. L’alienazione parentale, al contrario, può esistere ma si tratta di singole vicende che possono essere analizzate e risolte dai tribunali. Non si tratta certamente di un fenomeno.

      L’attuale legge sull’affidamento condiviso basta a risolvere i problemi legati alla separazione e al divorzio?

      E’ una buona legge ma deve essere applicata meglio. E mi riferisco alle conclusioni della commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio approvata all’unanimità dal Parlamento che dice che spesso nelle vicende di separazione il giudice civile disattende l’articolo 31 della Convenzione di Istanbul, quindi una norma dello Stato perché ratificata dall’Italia. L’articolo 31 stabilisce che la violenza agita dal padre nei confronti della madre – e dico padre perché sono i casi statisticamente più numerosi – in presenza dei minori o anche senza che il bambino vi assista, deve essere letta, analizzata e giudicata dal giudice della separazione. Questo spesso non avviene nei nostri tribunali. Non avviene da parte di alcuni degli assistenti sociali, da parte di alcuni consulenti tecnici e da parte di alcuni giudici civili. Quindi oggi il problema è esattamente opposto: la violenza domestica in Italia non viene giustamente e correttamente pesata nelle cause di separazione e di divorzio.

      Anche il Csm si è pronunciato sulla questione. Cosa ha stabilito?

      Con una risoluzione molto importante per noi magistrati, il 9 maggio 2018 al termine di un’istruttoria profonda fatta nei tribunali, il Csm è giunto alle stesse conclusioni: i giudici della separazione devono leggere e sapere quello che fa il collega del penale quando c’è un caso di violenza familiare. E ci dà alcune indicazioni per porre rimedio a questa lacuna tra cui quello di valorizzare il ruolo del pm negli affari civili.

      E tutto questo come si concilia con la riforma sull’affido condiviso presentata al Senato?

      In nessun modo. Noi abbiamo il problema esattamente opposto a quello che il ddl Pillon vorrebbe tentare di risolvere.

      Come risponde allora a chi lamenta uno squilibrio nel trattamento riservato ai padri nei tribunali italiani?

      E’ una posizione. Come lo è quella dei centri anti-violenza che lamentano una discriminazione nei confronti delle madri nei casi di violenza domestica. Quando una donna vittima di violenza viene poi costretta in nome della bigenitorialità a favorire gli incontri tra il figlio e il padre violento subisce una forma di vittimizzazione secondaria. E’ questo il vero problema oggi, secondo me.

      Come mai allora a oggi, nonostante tutti gli sforzi, non si riesce a contrastare l’uso della Pas nei tribunali?

      E’ una disfunzione culturale. Bisognerebbe fare una grande opera di formazione su tutti gli operatori che fanno le indagini sulla famiglia: mi riferisco agli assistenti sociali e ai consulenti tecnici. Perché alcuni di questi operatori leggono la violenza e la pesano, altri ritengono che non sia di loro competenza ma del giudice penale. Questo atteggiamento è profondamente sbagliato: perché quando un giudice deve valutare l’idoneità di un genitore a svolgere il suo ruolo, deve valutare anche l’esistenza o meno di comportamenti violenti. Non può essere qualcosa di separato. Quando un bambino si rifiuta di vedere un genitore, penso ai casi di violenza domestica, potrebbe legittimamente non volerlo frequentare a seguito di traumi innescati dai comportamenti violenti di quel genitore. E invece spesso si dice che quel bambino è stato alienato dalla madre.

  12. Potrei citarle migliaia di interviste di tono esattamente opposto. Ad esempio ci sono numerosi articoli basati su studi scientifici che stabiliscono che un bambino si adatta con più facilità al cambio di casa che all’assenza quasi totale di uno dei 2 genitori. Non a caso la EU ci multa sistematicamente perché l’Italia non rispetta le norme a tutela dei minori nelle separazioni. La prima parte del discorso invece c’entra il problema, ma il sig. ROIA la presente in modo rovesciato:

    “Il primo è quello di palesare una manifesta sfiducia nei confronti dei giudici che devono applicare le norme e quindi devono leggere le singole vicende familiari. Teniamo presente che non è possibile codificare un unico intervento da parte del giudice laddove c’è una crisi nella relazione familiare: ogni crisi ha una sua connotazione, ogni rapporto ha una sua particolarità che deve essere analizzata, valutata e decisa dal singolo giudice.”

    Il problema è proprio quello, i giudici, forse per superficialità o menefreghismo, forse perché oberati di lavoro, non procedono caso per caso, ma applicano sempre lo stesso copione…
    – i figli stanno con la madre
    – la casa resta alla madre
    – il padre ha x ore di diritti di visita
    – il padre versa y

    Senza guardare, per esempio nel mio caso è successo così, nemmeno che faccia hanno le persone oggetto del ricorso. Il DDL 735 vuole prevenire un intervento “a gamba tesa” del giudice, cercando di incoraggiare un accordo preventivo tra i genitori che si separano.

    Sui profili di anti costituzionalità, non mi pronuncio, è un parer come un altro.

    Sulla PAS, negarne l’esistenza è semplicemente scorretto ed indegno.

    • Sabato mi sono informata bene bene. Ho dissolto dubbi e perplessità. Questo ddl è un disastro soprattutto per i minori.
      QUESTA E’ UNA BATTAGLIA CI VILE IN DIFESA DEI DIRITTI DEI BAMBINI, DELLE DONNE, DELLA FAMIGLIA.

      Il ddl Pillon. Spiegato semplice.

      Lo scorso agosto è stato assegnato alla commissione Giustizia del Senato il disegno di legge 735, meglio conosciuto come “ddl Pillon”, che introduce una serie di modifiche in materia di diritto di famiglia, separazione e affido condiviso dei e delle minori. Il disegno di legge prende il nome dal senatore della Lega Simone Pillon, uno degli organizzatori del Family Day, uno dei portavoce delle principali battaglie dell’integralismo cattolico e il promotore del gruppo parlamentare Vita famiglia e libertà. È un progetto molto contestato da avvocati, psicologi e operatori che si occupano di famiglia e minori, dai centri antiviolenza e dai movimenti femministi che il 10 novembre manifesteranno in tutta Italia, ma anche dalle relatrici speciali delle Nazioni Unite sulla violenza e la discriminazione contro le donne che lo scorso 22 ottobre hanno inviato una lettera al governo italiano.

      Il contratto di governo e l’obiettivo della riforma
      Nel “contratto di governo” a cui spesso gli esponenti dell’attuale maggioranza si richiamano, cioè il documento con il quale Lega e M5S hanno definito i progetti della loro alleanza, è presente il contenuto generale del disegno di legge Pillon: equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari; mantenimento in forma diretta senza automatismi; contrasto della cosiddetta alienazione genitoriale. Non è citata esplicitamente, invece, la mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti figli minorenni.

      Pillon ha spiegato l’obiettivo della sua legge: una «progressiva de-giurisdizionalizzazione» (il conflitto familiare non deve cioè arrivare di norma in tribunale) e la volontà di rimettere «al centro la famiglia e i genitori» lasciando al giudice il «ruolo residuale di decidere nel caso di mancato accordo». Pillon ha citato anche Arturo Carlo Jemolo, giurista e storico cattolico: «Come soleva dire Arturo Carlo Jemolo, la famiglia è un’isola che il diritto può solo lambire, essendo organismo normalmente capace di equilibri e bilanciamenti che la norma giuridica deve saper rispettare quanto più possibile».

      Negli ultimi anni le questioni relative all’affidamento dei figli e delle figlie minori nei casi di separazione dei genitori sono state riformate in modo significativo, soprattutto con la legge 8 febbraio 2006, n. 54. Prima del 2006, nonostante fosse comunque previsto l’affidamento congiunto o alternato, il tribunale aveva il compito di stabilire a quale genitore i figli dovessero essere affidati in via esclusiva. Nel 2006 è stato invece messo a regime il principio dell’affido condiviso in caso di separazione, salvo i casi in cui questo potesse essere dannoso per i-le minori. I dati ISTAT mostrano che la legge ha funzionato, e che nelle separazioni e nei divorzi l’affidamento condiviso ha ora percentuali decisamente prevalenti: «Fino al 2005, è stato l’affidamento esclusivo dei figli minori alla madre la tipologia ampiamente prevalente. Nel 2005, i figli minori sono stati affidati alla madre nell’80,7 per cento delle separazioni e nell’82,7 per cento dei divorzi». A partire dal 2006, in concomitanza con l’introduzione della legge numero 54, la quota di affidamenti concessi alla madre si è ridotta. Il sorpasso vero e proprio è avvenuto nel 2007 (72,1 per cento di separazioni con figli in affido condiviso contro il 25,6 per cento di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre), per poi consolidarsi ulteriormente.

      Pillon sostiene però che i dati non mostrino la realtà: che ci sia una «violazione di fatto della legge 54/2006 sull’affido condiviso», che sarebbe rimasta «solo un nome sulla carta». Dice che nel 90 per cento dei casi «non è cambiato nulla» e che «ci si ritrova di fronte a un affido che nei fatti è ancora esclusivo». Pillon fa probabilmente riferimento ad alcuni dati, che riguardano però soprattutto questioni economiche assimilando, di fatto, l’affido esclusivo a quello condiviso con residenza prevalente presso la madre: come scrive Valigia Blu, «per quanto riguarda l’assegnazione della casa coniugale è vero che nel 69 per cento dei casi quando c’è un figlio minore va all’ex moglie e che il 94 per cento delle separazioni con assegno di mantenimento sia corrisposto dal padre».

      Il ddl Pillon
      Il disegno di legge 735 si compone di ventiquattro articoli e prevede che le disposizioni introdotte, una volta entrate in vigore, si applichino anche ai procedimenti pendenti. Le riforme al diritto di famiglia che il ddl introduce sono principalmente quattro:

      1 – mediazione obbligatoria e a pagamento
      Il ddl Pillon, per evitare che il conflitto familiare arrivi in tribunale, introduce alcune procedure di ADR, un acronimo che vuol dire Alternative Dispute Resolution: sono metodi stragiudiziali di risoluzione alternativa delle controversie, e ne fanno parte sia la mediazione che la coordinazione genitoriale. Il ddl prevede in particolare di introdurre la mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti i figli minorenni «a pena di improcedibilità», dicendo esplicitamente che l’obiettivo del mediatore è «salvaguardare per quanto possibile l’unità della famiglia».

      Il ddl (all’articolo 1) istituisce quindi l’albo professionale dei mediatori familiari e precisa chi può esercitare quella professione: tra loro «anche agli avvocati iscritti all’ordine professionale da almeno cinque anni e che abbiano trattato almeno dieci nuovi procedimenti in diritto di famiglia e dei minori per ogni anno». Il mediatore familiare (articolo 2) è tenuto al segreto professionale e nessuno degli atti o dei documenti che fanno parte del procedimento di mediazione familiare «può essere prodotto dalle parti nei procedimenti giudiziali», a eccezione dell’accordo finale raggiunto.

      L’articolo 3 spiega come si svolge questa mediazione. Può durare al massimo sei mesi,  i rispettivi legali, dopo il primo incontro, possono essere esclusi negli incontri successivi dal mediatore, e l’accordo raggiunto durante la mediazione (chiamato “piano genitoriale”) deve essere «omologato» dal tribunale entro 15 giorni. Si precisa, infine, che «la partecipazione al procedimento di mediazione familiare è volontariamente scelta», ma più avanti, all’articolo 7, si dice che per le coppie con figli minorenni la mediazione è «obbligatoria». L’articolo 4 aggiunge che è gratuito solo il primo incontro di mediazione, mentre gli altri sono a carico delle due persone che si stanno separando. Se nell’esecuzione del piano genitoriale nascono dei problemi, il ddl prevede l’introduzione di un’ulteriore procedura di ADR, affidata al coordinatore genitoriale: sempre a pagamento.

      Nel piano genitoriale devono essere presenti, tra le altre cose, una serie di indicazioni molto precise: luoghi abitualmente frequentati dai figli; scuola e percorso educativo del minore; eventuali attività extra-scolastiche, sportive, culturali e formative; frequentazioni parentali e amicali del minore; vacanze.

      2 – equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari
      Nel ddl si dice (articolo 11) che «indipendentemente dai rapporti intercorrenti tra i due genitori» il minore ha diritto a mantenere «un rapporto equilibrato e continuativo con il padre e la madre, a ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali e a trascorrere con ciascuno dei genitori tempi adeguati, paritetici ed equipollenti, salvi i casi di impossibilità materiale». I figli dovranno dunque trascorrere almeno dodici giorni al mese, compresi i pernottamenti, con ciascun genitore, a meno che non ci sia un «motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica» dei figli stessi. Non solo: i figli avranno il doppio domicilio «ai fini delle comunicazioni scolastiche, amministrative e relative alla salute».

      3 – mantenimento in forma diretta senza automatismi
      Oltre che il tempo, si prevede che anche il mantenimento sia ripartito tra i due genitori. Il mantenimento diventa dunque diretto (ciascun genitore contribuirà per il tempo in cui il figlio gli è affidato) e il piano genitoriale dovrà contenere la ripartizione per ciascun capitolo di spesa, sia delle spese ordinarie che di quelle straordinarie. Si precisa che andranno considerate sempre «le esigenze del minore, il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori, i tempi di permanenza presso ciascun genitore, le risorse economiche di entrambi i genitori e la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore».

      Fermo il doppio domicilio dei minori presso ciascuno dei genitori, si aggiunge che il giudice può stabilire che i figli mantengano la residenza nella casa familiare, indicando in caso di disaccordo quale dei due genitori può continuare a risiedervi. Se la casa è cointestata, il genitore a cui sarà assegnata la dovrà versare all’altro «un indennizzo pari al canone di locazione computato sulla base dei correnti prezzi di mercato». Non può invece «continuare a risedere nella casa familiare il genitore che non ne sia proprietario o titolare di specifico diritto di usufrutto, uso, abitazione, comodato o locazione e che non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio».

      4 – alienazione genitoriale
      Il ddl vuole contrastare la cosiddetta “alienazione parentale” o “alienazione genitoriale”, intesa come la condotta attivata da uno dei due genitori (definito “genitore alienante”) per allontanare il figlio dall’altro genitore (definito “genitore alienato”).

      Nella scheda di presentazione del ddl al Senato si dice che «nelle situazioni di crisi familiare il diritto del minore ad avere entrambi i genitori finisce frequentemente violato con la concreta esclusione di uno dei genitori (il più delle volte il padre) dalla vita dei figli e con il contestuale eccessivo rafforzamento del ruolo dell’altro genitore». Gli articoli 17 e 18 del ddl dicono dunque che se il figlio minore manifesta «comunque» rifiuto, alienazione o estraniazione verso uno dei genitori, «pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori» stessi, il giudice può prendere dei provvedimenti d’urgenza: limitazione o sospensione della responsabilità genitoriale, inversione della residenza abituale del figlio minore presso l’altro genitore e anche il «collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata».

      Di alienazione genitoriale si parla anche all’articolo 9, quando si dice che il giudice può punire con la decadenza della responsabilità genitoriale o con il pagamento di un risarcimento danni le «manipolazioni psichiche» o gli «atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento». E si parla di «ogni caso ove (il giudice, ndr) riscontri accuse di abusi e violenze fisiche e psicologiche evidentemente false e infondate mosse contro uno dei genitori».

      In commissione Giustizia del Senato al ddl 735 sono associati altri due atti: il 45 e il 768. Nel primo, presentato da Paola Binetti, tra le altre cose si prevede la sospensione della potestà genitoriale «in caso di calunnia da parte di un genitore o di un soggetto esercente la stessa a danno dell’altro». Modifica poi l’articolo 572 del codice penale, la norma che punisce la violenza domestica: prevede che i maltrattamenti debbano essere sistematici e rivolti «nei confronti di una persona della famiglia o di un minore».

      Le critiche al ddl Pillon
      Il ddl presentato dal senatore Pillon (che è anche un avvocato e un mediatore familiare) è stato molto criticato e considerato non emendabile, cioè da rifiutare completamente, da diverse associazioni di avvocati, psicologi e operatori che si occupano di famiglia e minori; da giuristi, anche cattolici, da giudici minorili, dai centri antiviolenza, dai movimenti femministi e anche dalle relatrici speciali delle Nazioni Unite sulla violenza e la discriminazione contro le donne, Dubravka Šimonović e Ivana Radačić, che lo scorso 22 ottobre hanno scritto una lettera preoccupata al governo italiano.

      Nella lettera dell’ONU si dice che le modifiche introdotte dal ddl porteranno a «una grave regressione che alimenterebbe la disuguaglianza di genere» e che non tutelano le donne e i bambini che subiscono violenza in famiglia. Le critiche dell’ONU riprendono punto per punto quelle già avanzate in Italia da vari fronti, che sono tutti compatti e concordi nel dire che cosa nel ddl non funziona.

      1 – ostacola il divorzio
      Il ddl vuole rendere più complicato e oneroso l’accesso alla separazione e al divorzio, introducendo esplicitamente all’articolo 1 il concetto di “unità familiare” e rendendo di fatto separazione e divorzio procedure complesse e soprattutto accessibili solo a chi se le può permettere dal punto di vista economico. Questo, anche in caso di separazioni consensuali tra persone che hanno un figlio minore. Lo si spiega bene qui: attualmente in una situazione di separazione serena e condivisa «è sufficiente una consulenza legale per presentare istanza al tribunale e definire la pratica con dei tempi abbastanza brevi e dei costi limitati». Se passasse il disegno di legge Pillon, invece, si dovrebbe pagare obbligatoriamente un mediatore; andrebbe steso un piano genitoriale molto dettagliato (anche su amicizie e frequentazioni dei figli); ogni modifica del piano comporterebbe altro tempo e nuove spese (per esempio se il figlio smette di giocare a calcio e decide di giocare a pallavolo).

      Aumenterebbero, insomma, i costi delle separazioni e questo metterebbe in difficoltà soprattutto le donne, visto che sono il più delle volte la parte economicamente svantaggiata.

      2 – logica adultocentrica
      A differenza di quanto è stato valido fino a oggi nel diritto di famiglia (la priorità dell’interesse del minore e del genitore più debole), il ddl porta avanti un principio adultocentrico. Il principio di bi-genitorialità – già previsto da molte convenzioni internazionali – prevede che il minore abbia il diritto di avere un rapporto significativo con entrambi i genitori a meno che tale rapporto non sia nocivo per il minore stesso. Il ddl non tutela però l’interesse del minore soprattutto quando entra in gioco il concetto di alienazione parentale, come vedremo. E trasforma la bi-genitorialità in un principio dell’adulto. Non solo: dell’adulto economicamente più forte.

      Ancora: il piano genitoriale redatto a pagamento durante la mediazione riduce la libertà di scelta del minore, essendo molto dettagliato e molto rigido nella sua applicazione. Viola, secondo chi lo critica, anche tutte le normative internazionali che chiedono ai legislatori, soprattutto nell’interesse dei e delle minori, di favorire la flessibilità e l’elasticità nelle regolamentazioni. La tutela e il diritto del minore alla massima continuità di vita e di abitudini anche in caso di separazione, viene poi stravolto dalla riforma sull’assegnazione della casa familiare, che mette al centro il principio di proprietà della casa stessa.

      3- bi-genitorialità coatta
      Sul principio di bi-genitorialità a tutti i costi come principio a favore dell’adulto, l’Unione Camere Minorili ha scritto che il ddl si occupa del minore «come di un “bene” che deve essere diviso esattamente a metà come un oggetto della casa familiare». Il Coordinamento italiano per i servizi maltrattamento all’infanzia (Cismai) ha fatto sapere poi che «la divisione a metà del tempo e la doppia residenza dei figli ledono fortemente il diritto dei minori alla stabilità, alla continuità e alla protezione, per quanto possibile, dalle scissioni e dalle lacerazioni che inevitabilmente le separazioni portano nella vita delle famiglie». Il minore da soggetto, torna ad essere un oggetto del diritto.

      Il ddl pretende poi un’equiparazione astratta tra genitori, in nome di falsi principi egualitari: ignora cioè le reali condizioni di squilibrio di genere che esistono tra i genitori. Non tiene conto del gap salariale e occupazionale di genere o del fatto che molte donne, come dicono i dati, o lasciano o perdono il lavoro dopo la maternità. Una donna che è anche madre riuscirà difficilmente a dare lo stesso tenore di vita che al figlio era garantito durante la convivenza e che potrà continuare ad essere garantito dal padre, causando enormi squilibri e avendo come conseguenza anche la possibilità di perdere l’affidamento.

      La bi-genitorialità attraverso la divisione dei tempi e il mantenimento diretto si trasforma dunque, in realtà, in un nuovo principio a vantaggio dell’adulto economicamente più forte. Il genitore che si trova nella situazione più difficile o sceglierà di non separarsi o sarà sottoposto a un ricatto economico dovendo affrontare la separazione al prezzo di una crescente precarietà.

       4 – privatizzazione della violenza
      Il ddl propone soluzioni standard che non tengono conto della diversità delle situazioni, e che possono essere devastanti: il ddl introduce infatti l’obbligatorietà del ricorso un mediatore privato a pagamento nelle separazioni con figli minori, comprese quelle legate a violenza e abusi. Può svolgere il ruolo di mediatore anche un avvocato iscritto all’ordine da almeno cinque anni che abbia trattato «almeno dieci nuovi procedimenti in diritto di famiglia e dei minori per ogni anno». La mediazione è affidata a figure che non possono essere specializzate sul tema della violenza e che dunque non possono affrontare questo tipo di dinamica.

      Nella lettera delle relatrici delle Nazioni Unite al governo italiano si ricorda che la mediazione familiare può «essere molto dannosa se applicata ai casi di violenza domestica» e che tale imposizione viola la Convenzione di Istanbul che l’Italia ha sottoscritto nel 2003. La mediazione, sostanzialmente, privatizza il conflitto spostandolo in un ambito in cui vale l’obbligo di riservatezza: se durante il percorso di mediazione dovessero verificarsi o emergere degli abusi, questi non risulterebbero. L’obbligo di segretezza, si dice sempre nella lettera, «limita il potere dell’autorità giudiziaria» e istituzionalizza la violenza all’interno della famiglia: sollevando i tribunali dai loro compiti e occultando la violenza per delegata giustizia.

      Funzionando su soluzioni standard, il ddl “dimentica” infatti i casi in cui le separazioni sono dovute a violenza domestica (psicologica, sessuale, economica o fisica) costringendo la vittima a negoziare con il proprio aggressore. Non definisce poi che cosa sia la «violenza» né la inserisce nell’intero iter giudiziario per la regolamentazione dei rapporti tra genitori. Il testo cita la violenza anche all’articolo 9 quando dice che il giudice può intervenire sull’affidamento in caso di «accuse di abusi e violenze fisiche e psicologiche evidentemente false»: secondo i centri antiviolenza, considerando la violenza come il prodotto di false accuse e sanzionandola, il ddl minaccia apertamente le donne che osano denunciare o anche solo parlare degli abusi che subiscono, ma anche i minori che manifestano paure.

      Non solo: poiché prevede eccezioni solo nei casi in cui la violenza domestica è “comprovata” costringerà i figli e le figlie, in nome del principio di bi-genitorialità coatta, ad avere rapporti con la figura genitoriale violenta. La giustizia penale non ha infatti gli stessi tempi di quella civile, anzi: e dunque in attesa del giudizio in sede penale i e le minori saranno costretti a frequentare la casa del genitore violento.

      L’atto numero 45 associato al ddl Pillon sostituisce poi l’abitualità del comportamento violento con la sistematicità affinché il reato sia punibile. Cancella così il tratto distintivo della violenza domestica stessa che si compone di un’alternanza tra abusi e momenti di pentimento e di serenità chiamati “luna di miele”: la violenza domestica, insomma, non è mai continua ma procede tra alti e bassi. Come ha spiegato Teresa Manente, avvocata di Differenza Donna che fa parte della rete DiRe e che da anni si occupa dell’ufficio delle avvocate penaliste all’interno dei centri antiviolenza, «La giurisprudenza ha stabilito che i periodi di normalità non escludono l’abitualità della violenza perché sono fatti apposta per tenere sottomessa la donna nel maltrattamento all’interno del rapporto (..) Per questo togliere l’abitualità e sostituirla con la sistematicità, significa negare il fenomeno della violenza domestica e molti uomini violenti sarebbero assolti». L’atto 45 restringe dunque il reato. Introduce poi la pena accessoria della sospensione della “potestà genitoriale” se il reato di calunnia è commesso da un genitore a danno dell’altro genitore: la modifica proposta disincentiva, di nuovo, la presentazione di denunce da parte delle donne vittime di violenza domestica.

      5 – la presunta alienazione parentale
      La sindrome da alienazione genitoriale o sindrome da alienazione parentale (PAS, dalla formula in inglese) è un concetto che venne introdotto per la prima volta negli anni Ottanta dallo psichiatra forense statunitense Richard Gardner. Viene descritta come una dinamica psicologica disfunzionale che si attiva nei figli minori coinvolti nelle separazioni conflittuali dei genitori. Secondo Gardner questa sindrome sarebbe il risultato di una presunta “influenza” sui figli da parte di uno dei due genitori (definito “genitore alienante”) che porta i figli a dimostrare astio e rifiuto verso l’altro genitore (definito “genitore alienato”). Fin da subito, la teoria di Gardner fu molto contestata nel mondo scientifico-accademico poiché priva di solide dimostrazioni. Per lo stesso motivo non è nominata nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5), che è la principale fonte per i disturbi psichiatrici ufficialmente riconosciuta in tutto il mondo, e non è considerata nemmeno dall’APA (American Psychological Association).

      Nonostante la mancanza di prove scientifiche a supporto, l’alienazione genitoriale – intesa comunque non come sindrome di cui soffrono i minori (PAS), ma come condotta attivata all’interno di una famiglia che si sta sfaldando e che viene ritenuta esistente nel momento in cui i bambini e le bambine non vogliono più vedere uno dei due genitori (AP) – viene presa in considerazione già molto spesso nelle aule dei tribunali e difesa da diverse associazioni. Soprattutto nelle situazioni di maltrattamento, l’alienazione genitoriale viene infatti utilizzata in maniera strumentale dai padri per screditare le donne che in sede di separazione richiedono protezione a favore dei figli che si rifiutano di incontrare quei padri perché traumatizzati dai loro comportamenti violenti. Il ricorso all’alienazione parentale finisce dunque per non riconoscere il trauma dei bambini e delle bambine e per colpevolizzare invece la madre (già vittima di violenza) ritenendola responsabile di comportamenti inadeguati. Un richiamo all’Italia in questo senso era stato presentato nel 2011 dal Comitato CEDAW delle Nazioni Unite.

      L’alienazione parentale in nome della bi-genitorialità rischia di far riferimento a un principio di bi-genitorialità a tutti i costi e di genitorialità disgiunta da tutto il resto, o meglio: a prescindere dal contesto, anche quando il contesto è violento. Tende a confondere la violenza con il conflitto interno a una coppia che si sta separando, afferma che uno dei due genitori è responsabile della qualità della relazione tra i figli e il genitore che ha agito con violenza, colpevolizza le vittime e, di fatto, non protegge i bambini che assistono ai maltrattamenti.

      Il ddl Pillon va oltre: prevede che quando il minore rifiuti il rapporto con uno dei genitori, il giudice sanzioni l’altro «pur in assenza di prove fattuali o legali», come dice esplicitamente il testo. Le sanzioni sono molto gravi e immediate. Considera cioè automaticamente le accuse contro il genitore violento come il risultato di un processo di alienazione messo in atto dall’altro genitore, e propone una logica punitiva nei confronti dei minori considerati – di nuovo e automaticamente – inattendibili.

      In conclusione
      In molte e molti hanno affermato che il ddl è una proposta maschilista, punitiva nei confronti delle madri e che porta a un arretramento dei diritti dei e delle minori. I movimenti femministi hanno a loro volta ribadito che la riforma è un grave attacco alle donne e alle conquiste ottenute con fatica negli ultimi decenni nell’ambito del diritto e della giurisprudenza sulla famiglia e sulla violenza domestica. La lettera delle Nazioni Unite si spinge anche oltre affermando che è una misura repressiva e il sintomo di «una tendenza, espressa attraverso le

      dichiarazioni di alcuni funzionari governativi» e attraverso altri provvedimenti dei partiti di maggioranza «contro i diritti delle donne». In Italia, si dice, è in atto, il «tentativo di ripristinare un ordine sociale basato su stereotipi di genere e relazioni di potere diseguali e contrarie agli obblighi internazionali in materia di diritti umani».

      Come hanno risposto alle critiche
      Se le critiche al ddl sono molto articolate e precise, non altrettanto lo sono state le risposte che, da parte di chi lo sostiene, tendono a riproporre le premesse generali su cui il ddl stesso è stato scritto. Pillon ha detto che non si tratta di un’iniziativa contro le donne e ha genericamente difeso il principio di bi-genitorialità ribandendo che «non possiamo sacrificare un genitore sull’altare dell’habitat del figlio. Certo, per un figlio è meglio una casa sola con entrambi i genitori. Ma se questo non è possibile, è meno male alternare le case che perdere un genitore, che alla fine è quasi sempre il padre». Pillon ha spiegato che la mediazione aiuta i genitori a trovare un accordo, che in caso di violenza il genitore violento sarà escluso dall’affidamento, che il ddl non interviene sull’assegno per il coniuge ma su quello per il figlio, e che il piano genitoriale tiene conto del tenore di vita cui è abituato il figlio: «Chi ha più mezzi contribuisce di più». Rispondendo a una domanda sulla difficoltà che il ddl introduce per decidere di separarsi o di divorziare, Pillon ha detto: «Certo, a me piacerebbe offrire a chi pensa di divorziare degli incentivi per non farlo. Ma sarà un passaggio ulteriore. Questa legge è per i figli».

      A difendere il ddl e a rivendicarne i passaggi più significativi sono poi le cosiddette associazioni dei padri separati, con le quali Pillon ha dichiarato di aver scritto la proposta. Queste associazioni portano avanti da tempo due battaglie principali, accolte di fatto dal ddl: quella economica (la possibilità di vedersi portare via la casa con l’assegnazione della stessa al minore, collocato spesso con la madre) e la fine dell’assegno di mantenimento nei confronti del minore e del coniuge più debole. In un’intervista su Avvenire Vittorio Vezzetti, pediatra, fondatore dell’associazione “Figli per sempre”, ha spiegato che «era assolutamente urgente colmare l’attuale disparità tra le figure genitoriali dopo la separazione che relega l’Italia agli ultimi posti fra i Paesi occidentali in tema di bigenitorialità».

      L’iter del ddl
      Il ddl è attualmente in discussione alla commissione Giustizia del Senato, a cui è stato assegnato in sede redigente: cioè può fare tutto il lavoro sulla legge, emendandola, esaminandola e poi votandola articolo per articolo. All’assemblea spetterà solamente la votazione finale sul provvedimento nel suo complesso. Terminato il lavoro in commissione (comprese le audizioni), un quinto della commissione stessa, un decimo di tutti i senatori o il governo possono però chiedere che si torni a lavorare in sede referente, cioè col metodo più tradizionale che prevede che il grosso del lavoro venga svolto dall’aula.

      Per quanto riguarda il ddl Pillon le audizioni previste sono più di cento e sono iniziate lo scorso 23 ottobre. Non si è dunque ancora arrivati al punto in cui si può chiedere la sede referente. Finora è successo due volte in questa legislatura che due provvedimenti (legittima difesa e voto di scambio) assegnati in sede redigente alla commissione Giustizia siano stati poi trasferiti in sede referente. In base alle dichiarazioni fatte finora dai membri della commissione, è ragionevole pensare che anche il ddl Pillon possa tornare in sede referente.

      Il ddl ha il sostegno della Lega e del M5S, ma alcuni e alcune esponenti del M5S si sono dichiarate contrarie o ne hanno preso timidamente le distanze. Nell’ultimo numero del settimanale Elle c’è un’intervista a Luigi Di Maio che, tra le altre cose, ha detto che la legge sulla riforma del diritto di famiglia «non è nei programmi di approvazione dei prossimi mesi perché così non va» e che il suo partito la modificherà. Il ddl non è sostenuto né dal PD né da LeU.

      Da “Il Post”.

  13. Le ripeto ancora una volta che può citare tutti i commenti e gli articoli che vuole ed io potrei fare altrettanto, ma se vuole un confronto serio, parliamo del merito del DDL 735 e di cosa ci sarebbe di sbagliato. Tutto è perfettibile, ma la situazione odierna è disastrosa. Se non lo vuole capire, è perché o non conosce la realtà italiana o perché, come a molte donne, e figure che ruotano attorno al business della separazione, le fa comodo non capirlo.

    – BIGENITORIALITA vera e non sulla carta
    – AFFIDO CONDIVISO e MANTENIMENTO DIRETTO E PROPORZIONALE
    – LOTTA ALL’ALIENAZIONE PARENTALE

    Questi sono i principi cardine del DDL 735, chi è contrario lo è in malafede o per interesse e tornaconto personale. In fondo oggi per molte donne sposarsi e poi separarsi equivale ad un vitalizio,altro che quota 100…

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