Va bene,
la grande ieri è andata a scuola. 😞 Erano in otto o nove su trenta in classe.

Ha fatto la sua interrogazione di greco, visto che per un anno, vorrebbe non essere rimandata e nelle versioni non ci acchiappa molto. La prof le ha dato 8 meno.

A parte che avrai qualcosa da ridire sui meno che danno di solito i professori. Come dire, sei stato bravo, ma ricorda che ho sempre io il bastone dalla parte del manico, altrimenti non me lo spiego.

Non mi spiego come sia possibile che ci venga detto durante i colloqui che i ragazzi dovrebbero smetterla di preoccuparsi solo dei voti, quando un meno o un più, alla fine, possono fare la differenza. Boh!

Comunque, quando mi ha telefonata per comunicarmi felice che aveva preso quell’otto, io ero in manifestazione con la mia scuola e la girl piccola con la sua e con tantissimi altri ragazzi.

Ovviamente, le ho detto che era stata brava ma che ero dispiaciuta del fatto che non fosse lì.

Ero dispiaciuta del fatto che la scuola occupi la sua testa come un’ossessione.

Lo so che alcuni di voi penseranno che è un assurdo, che, il suo essere andata a scuola è un atto di responsabilità, ecco, io non la penso esattamente così.

Sono preoccupata quando il suo mondo è all’interno dell’edificio scolastico, quando è il voto che prende la sua priorità, quando esiste lei e il suo bisogno.

A essere adulti consapevoli s’impara, non avviene per magia.

Inoltre, ero dispiaciuta, per il fatto che il liceo classico, quello che dovrebbe aprire la mente, sia scollegato da tutto ciò che avviene nel mondo.

Conoscere il greco e latino sarà importante, ma credo che lo sia di più essere consapevoli del luogo in cui viviamo, ad esempio, delle scelte politiche e sociali di un Paese, dello stato di diritto in cui ci troviamo.

Credo che il sapere non possa prescindere da questo.

Ieri ho letto un sacco di critiche inerenti lo sciopero dei ragazzi.

Come se la scuola fosse qualcosa di scollegato dalla società. Un essere a sé stante. Ma non è così, non dovrebbe essere così.

Ci lamentiamo sempre che i nostri ragazzi sono degli sdraiati, che stanno attaccati allo smartphone tutto il giorno, che non si interessano, che non fanno niente in casa, che sono chiusi nel loro mondo, poi, nel momento in cui si muovono, agiscono, si sentono partecipi e attivi del loro futuro, noi li critichiamo.

Sì, li critichiamo, perché dovevano stare seduti al banco ad ascoltare il professore che faceva una lezione frontale su Socrate o Platone, in aula che cade a pezzi, in cui solitamente, sono meri ascoltatori.

Li critichiamo perché, non li riteniamo abbastanza informati sul tema e pensiamo che l’abbiano fatto solo per saltare la scuola. La verità è che la scuola dovrebbe preparare ad essere cittadini del mondo, a conoscere Platone Socrate ma anche chi è il nostro presidente della Repubblica e da chi è formato il nostro governo… e, pure, cosa stiamo facendo per il clima …

Invece, quel sapere, la scuola, lo sgretola, lo divide.

La verità è che il loro movimento ci spaventa, perché siamo così abituati al nostro tran tran, a occuparci del nostro orticello, a non avere un senso del collettivo che, appunto, ci disorienta.

Mi dispiace dirlo, ma la consapevolezza è una cosa che ha bisogno di tempo, ha bisogno di essere vista, sperimentata e guardata e di certo i nostri ragazzi non potranno essere più consapevoli se degli adulti, quelli che gli vogliono bene, che dovrebbero preoccuparsi della loro educazione, li preferiscono immobili.

Mentre ero in piazza con i miei bambini, contornata da una folla di giovani uomini e donne, con cartelli, slogan, parole che non riguardavano il singolo, la competizione, ma tutti, ho pensato al futuro.

L’ho visto, colorato, differente, multietnico, attivo.

E ho pensato che, nella nostra società, anche la speranza è un lusso e ho avuto la certezza che loro saranno meglio e sapranno fare di più.

Perché quelli addormentati e poco consapevoli, mi sa che siamo noi.

Noi quelli che leggiamo poco, che non partecipiamo, che ci preoccupiamo solo del nostro bambino, del nostro ragazzo. Che guardiamo Uomini e donne e pensiamo di essere istruiti sull’amore. O meglio facciamo diventare un best seller il libro di Corona, un uomo che parla di donne come se fossero punti della spesa.

Siamo noi che siamo abituati alle brutture, a donne uccise e uomini giustificati. A persone morte in mare come se fosse un video games.
Uccidi lui per salvare te stesso.

Siamo noi che buttiamo le carte per terra, che non compriamo i quotidiani, perché pensiamo di sapere tutto.

Siamo noi, non i nostri ragazzi.

Loro, semplicemente ci guardano.
E imparano.

Ieri, credo sia successa una cosa straordinaria. I nostri ragazzi si sono fermati e ci hanno gridato: imparate da noi.

E, forse, dovremmo iniziare a farlo. E stare zitti.

Penny

PS: ovviamente io mi ci chiamo dentro. 🤦🏻‍♀️

11 comments on “I nostri ragazzi? Ci fanno comodo immobili, perché lo siamo noi.”

  1. Ciao, condivido! Però detto da un’insegnante fa’ pernsare.Hai ragione la scuola è scollegata in clesse contano i voti, i numeri non l’ impegno e la personalità. Ai colloqui ti dicono ogni bene ma se il voto è negativo resta.L’ importante è avere pezze giustificative per fare il proprio lavoro.Eppure il mondo classico contiene tanti spunti d’ attualità!

    • Come si può frammentare il sapere? Proprio da insegnante non lo comprendo. Dovrebbe essere sviluppare e incentivare il pensiero critico il nostro obiettivo non addomesticare.
      Baci Penny

  2. Mia figlia è maestra ed è uscita coi suoi bambini.
    Vedo tanti adulti scettici intorno a me, ma io ho fiducia, questi ragazzi sì muovono per il LORO futuro, mica il nostro! O anche il nostro…

    • Hai ragione in pieno. E, ringrazia, tua figlia. Pure io ero in piazza con i miei bambini e i loro genitori. Un abbraccio Penny

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