La casa di mia sorella è davvero bella. C’è un grande giardino movimentato, una rosa gialla, un ciliegio e una piacevole atmosfera.

In famiglia noi siamo pochi, ieri, non c’eravamo tutti, intorno al tavolo eravamo in nove.

Mentre ero lì, guardavo i miei nipoti, due maschi più piccoli delle mie girls, che hanno parlato praticamente tutto il tempo, come una cosa piacevole. Sprigionano vita, direi. E sono travolgenti.

La famiglia di mia sorella non è come la mia, loro sono in quattro, e le mie ragazze la considerano un po’ casa. Sanno che quello è un luogo a cui possono accedere in qualunque momento, come me d’altronde.

In un altro spazio della città c’era un’altra famiglia che festeggiava: un padre, una compagna, un fratello, dei nonni, a cui una delle mie due ragazze non è stata invitata.

Abbiamo parlato anche di questo a tavola, perché, a un certo punto, quando la girl grande ho saputo che solo la sorella era stata invitata dal padre, si è alzata e si è chiusa in bagno.

Intorno alla nostra tavola abbiamo imparato a non omettere. O farlo il meno possibile.
Ovviamente sono andata a recuperarla e, tutti: mia madre, mia sorella, mio cognato, il mio compagno abbiamo cercato di tranquillizzarla.

Poi, mio nipote ha detto una cosa. Lui ha undici anni e da sempre manifesta una sensibilità particolare. Ha detto: “Scrive a una, per far dispiacere all’altra”.

Non saprò mai se è veramente così, ma il suo concetto era così chiaro e semplice da sembrare plausibile.

E, comunque, questa scelta, che a me risulta incomprensibile (lui avrà i suoi motivi) produce un unico risultato: mette in difficoltà entrambe. Le “tiene” entrambe.
Ieri, una di voi, mi ha scritto in privato e mi ha detto: “Spero che tu e le girls siate felici”.

Ci ho pensato. Non so cosa le persone si aspettino dalla vita, so quello che mi aspetto io.

Chiamo felicità anche la conversazione di ieri a tavola, nonostante i nonostante. Noi, intorno a quel tavolo.

Chiamo felicità poter esprimere le proprie opinioni, i desideri ma anche le paure e le cose che non vanno. Altrimenti che famiglia saremmo.

Chiamo felicità mia figlia che mi dice che dopo il liceo vorrebbe vivere per conto suo. Io la capisco, capisco che lei voglia uno spazio suo, che lo desideri, al di là di me, della famiglia che ha avuto. Fuori dai giochi. E non per questo mi sento una madre cattiva da cui lei si vuole allontanare, anzi.

Chiamo felicità guardare mia madre e sapere che c’è ancora tempo per dirci le cose. Per litigare. Per non capirci. Per volerci bene.

Chiamo felicità le mie figlie, così inconsapevolmente belle da commuovermi.

Chiamo felicità un amore maturo che cerca di andare all’essenza delle cose, non cerca promesse o un’unica declinazione. Ma vicinanza.

Chiamo felicità la mia storia. Quella che è stata. Il fallimento del mio matrimonio ha portato tantissime cose buone, come i miei più grandi insuccessi.

Chiamo felicità litigare con mia figlia per la festa del suo diciottesimo compleanno. Ci sono cose per cui lotterò sempre, ai figli non può essere concesso tutto, a volte, i no sono necessari, anche se creano sofferenza.

Chiamo felicità un tavolo con una famiglia intorno fatta di tante cose, tanti spezzoni, tanti modi di amarsi. Incasinati proprio, a volte.

La felicità è in divenire. Nessuna foto, nessun immagine la potrà mai immortalare.

Ciò che oggi c’è, domani non ci sarà più. Ciò che non si vede, a volte, è ciò che è vero. Ma anche ciò che si vede, in qualche modo lo è. Ci sta dentro tutto.
Ciò che è inspiegabile e ciò che non lo è.

La gioia di starsi accanto, la stessa gioia nell’allontanarsi. Il dolore delle cose non dette e di quelle dette. La necessità di comprendersi e il diritto di non farlo.

Cerchiamo di collocarla da qualche parte questa felicità, la immaginiamo in un luogo, nello sguardo di qualcuno e vorremmo bloccarla a garanzia del per sempre.

E, invece, lei è in ogni dove. Lei sta nella terra smossa, seminata, narrata. Come un filo sottile e rosso che lega tutto.
Nella normalità delle cose.
Nel caos.
Nello spazio affine.
In quell’attimo che sfugge all’obiettivo.
Imprendibile e meravigliosa.

Come la vita.

Penny

4 comments on “Chiamo felicità poter esprimere le proprie opinioni, i desideri ma anche le paure e le cose che non vanno.”

  1. Ciao vorrei poterti raccontare la mia storia anch’io ho alle spalle un fallimento matrimoniale e un divorzio difficile. ..ma invodio il tuo rapporto con le figlie. ..mio figlio ed io non abbiamo dialogo mi vuole bene , ma a regio chiudendo i rapporti ti parla quando vuole e spesso si chiude in camera . Io È grande ormai un uomo, perché la separazione é avvenuta che era maggiorenne ora ha 26 anni . I miei genitori non cu sono più da prima della separazione e mi sono sentita sempre più sola .Ho ritagliato a fatica e non senza sensi di colpa.

    • Cara Claudia, intanto i maschi sono più chiusi rispetto alle femmine, almeno così dicono…poi lui è grande e avrà la sua vita, immagino. Ogni storia è a sé. Io, quando ero giovane io mi sono dovuta allontanare da mia madre, non le parlavo molto, con questo non vuol dire che le volevo meno bene, solo che stavo cercando la mia strada. La solitudine è una cosa che sentiamo tutti, non ti fare spaventare. Cerca di fare le cose che ti fanno stare bene, vedrai che se sarai più tranquilla, se ti occuperai più di te, lui si avvicinerà. I sensi di colpa buttali via…non servono se non a farci stare male.
      Sono qui. Un abbraccio Penny

  2. …scusa ma un padre che invita una figlia e l’altra no non si può davvero sentire…io sarei diventata matta!!!

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