Vivere al margine del proprio destino vuol dire non scegliere. Accontentarsi del meno peggio.

Ripetersi quelle frasi del tipo: intanto non posso farci niente.

Vero, a volte, dobbiamo sederci e aspettare che la tempesta passi, ma, per lo più, dipende da noi non viaggiare con le tendine tirate.

Perché il panorama cambia. A volte è deserto, altre sono montagne da scalare o mare d’inverno, ma non è mai uguale a se stesso. Come una possibilità.

Ho avuto paura e la vita in qualche modo mi è passata accanto, come su un binario parallelo. Di scendere in corsa non se ne parlava proprio.

Aspettavo. Non so cosa. Forse che il tempo rendesse quieto il mio animo.
Invece non è successo.

Ho speso metà della mia vita a vivermi accanto, preoccupandomi di non ferire animi, di non deludere aspettative.

Mi sono impegnata e tanto, perché, pensavo che se avessi fatto le cose per bene, se mi fossi concentrata su ciò che mi veniva chiesto, ce l’avrei fatta.

Invece, un giorno, uno qualunque la finestra si è spalancata, è arrivata una folata di vento e ho visto. Il panorama erano le mie bambine, ho pensato: posso cambiare la loro storia.

Posso agire. Mettere mano al mio destino. E, un giorno, loro non avranno paura e non vivranno al margine della loro esistenza.

È così che la paure del cambiamento si è dissipata, non ho pensato alla sofferenza che avrei causato scegliendo la mia di storia, ma, alle possibilità che stavo offendo ad entrambe: scegliere se stesse.

Ho scritto un messaggio, l’ho messo in una bottiglia e l’ho lasciato andare.

Ho lasciato andare l’ansia di non fare le cose giuste, il peso degli altri su di me, la vita che non era la mia.

Poi, sono tornata a casa, ho tiraro le tendine e ho guardato il panorama.

È a quel punto che ho capito.

Possiamo scegliere di esserci oppure no. Di vedere oppure no.

Io, finalmente, ho visto.

Mi sono vista.

E quel panorama era bello, molto più bello di quello che avevo immaginato.

Penny

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