Parto dal presupposto che intorno alla scuola e alla sua ripartenza possa esserci un dibattito costruttivo. Il problema della riapertura non si pone adesso, in cui più o meno siamo tutti a casa, ma quando le attività produttive e le attività commerciali ripartiranno.

Tre mesi di didattica a distanza non ammazzeranno nessuno ma non è scuola, questo vorrei che fosse chiaro e se non ripartiamo da settembre i bambini e i ragazzi ne pagheranno le conseguenze.

Dalla Francia, ad esempio, potremmo prendere l’idea di iniziare dalle zone a rischio.

Il ministro dell’Istruzione Michel Blanquer ha precisato che la ripresa della scuola sarà progressiva e «non da un giorno all’altro». Ripeto, progressiva, ma c’è.

Il criterio seguito dal governo francese sarà soprattutto sociale: saranno gli alunni delle zone più in difficoltà a riprendere prima degli altri.

«Bisogna salvare gli studenti che potrebbero andare alla deriva a causa del confinamento».

Si preoccupano delle fasce deboli. Si potrebbe pensare? Perché, in Italia, vorrei ricordare che ci sono 10 milioni di ragazzi a casa. Il 12% non ha tablet o computer. Il 42% vive in condizioni di sovraffollamento e il 7% è in grave disagio abitativo.

Facciamo finta di nulla?


Passiamo alla Germania, le scuole riapriranno dal 3 maggio, ma gli esami di maturità potranno iniziare prima.

Nel Land dell’ovest i maturandi potranno tornare fra i banchi di scuola già lunedì, per prepararsi agli esami. Mentre nella capitale lo stesso giorno si terranno le prime prove di maturità.

Le scuole dovranno rispettare alcune regole igienico-sanitarie: gli istituti dovranno essere ben puliti, i banchi dovranno essere disposti a 1,5 metri di distanza nelle aule e si dovranno poter lavare spesso le mani. Il sapone dovrà essere disponibile per tutti.


Eccolo un primo problema: il sapone. La carta igienica. Lo scottex. Chi ci pensa solitamente?

Secondo problema: quanto personale Ata, ovvero bidelli, coloro che sorvegliano e cercano di pulire le nostre scuole sono stati tagliati negli ultimi anni? Spesso la sorveglianza non è garantita.

Terzo problema: i nostri edifici spesso sono vetusti, le pareti scrostate, conosco situazioni in cui le aule sono così affollate da dover posizionare i banchi persino dietro alla cattedra. Bel modo di ascoltare una lezione vero?

Eccoli i problemi che vengono a galla.

L’Italia non ha mai considerato una priorità la scuola. Abbiamo tagliato e basta.

È tra i Paesi europei che spendono meno nel settore dell’istruzione. È quanto evidenziano i dati Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea. La percentuale di prodotto interno lordo che l’Italia destina all’istruzione è del 3,9%, un risultato che ci posiziona al terzultimo posto nell’area euro. Terzultimo posto.

Ed eccoci qui. Oggi non sappiamo come mettere mano a questo disastro.

Spesso i docenti e le famiglie, hanno denunciato ad esempio la marea di soldi spesi per le Prove Invalsi e poco o niente per i progetti individualizzati, per le compresenze dei docenti, per aumentare il tempo pieno, la richiesta formativa, per ridurre il numero di alunni per classi, diminuire il numero di alunni per insegnante, per incrementare le insegnanti di sostegno che sono una risorsa per tutti.

Chi lavora nella scuola sa che non si riescono a sostituire i docenti se si ammalano, i ragazzi hanno le ore cosiddette buche, i bambini vengono smistati nelle altre classi.

Quindi, vi prego, di pensarci bene quando dite che non ci sono proposte. Perché c’erano e da tempo.

L’unico modo di rispondere a questa emergenza non è quello di investire sulla didattica a distanza e sul lavoro gratuito delle madri e dei padri ( per chi ha la fortuna nel nostro Paese di avere un uomo che condivide il carico anche mentale della cura).

Pensiamo a delle proposte.


I maturandi, ad esempio, sono ragazzi quasi adulti che possono mantenere distanze di sicurezza.

In Germania è stato deciso di non affrontare tutte le materie ma partire con il tedesco, la matematica e le lingue straniere. Perchè non potrebbe essere così anche da noi?

Perché, adesso, non potrebbero partire solo le classi terminali? Terza media e quinta superiore. Certo, i ragazzi dovrebbero esseri smistati in più classi, ma a questo punto la scuola sarebbe vuota, quindi di fatto la divisione sarebbe possibile. Ovvio, dovrebbero esserci più insegnanti e regole sanitarie corrette, ma mi spiegate perché non è possibile investire in tal senso? Perché è possibile che gli adulti si spostino per lavorare, vadano in aziende e fabbriche con numeri anche alti e un’azione di questo tipo non è pensabile?

A settembre mandiamo i piccoli a scuola, ma fare scuola potrebbe voler dire occupare i musei, le biblioteche, i teatri, i giardini, dove lo spazio non manca. Ogni città può offrire le sue occasioni e sono tante. Una parte va in classe e una parte occupa altri spazi, ma anche qui, ci vorrebbero più insegnanti per classe, si dovrebbe procedere a piccoli gruppi e questo vorrebbe dire solo una cosa: assumere docenti, incentivare la cultura e gli operatori della cultura.

Invece, l’ho scritto e lo ribadisco, se negli altri stati Europei per le scuole entrare nei musei è possibile, per noi fare un laboratorio didattico d’arte, ad esempio, vuol dire chiedere alle famiglie 6 euro, così come andare a teatro, andare al cinema ( se riesci a fare numero) 4 euro, l’ Acquario, se non sbaglio, ha un costo pari a 10, poi ci mettiamo 3 euro per l’autobus, andata e ritorno ed ecco qui che rimaniamo in classe in 28 con muri scrostati come panorama.


Vorrei ricordare, inoltre, che il nostro Paese, secondo una ricerca della Fondazione Openpolis, ha i livelli più bassi di occupazione femminile nell’Unione Europea. Rispetto a una media di 66,5 occupate ogni 100 donne tra 20 e 64 anni, l’Italia si trova al penultimo posto con il 52,5%, appena sopra la Grecia.

Mi sembra chiaro in quale direzione vadano le scelte del governo e del ministro. Mi sembra chiaro che non sia stato fatto del lavoro prima e che le scelte più comode siano continuare con la didattica a distanza e con il lavoro di cura delle donne.

Quindi, per cortesia, non diteci che sono solo polemiche sterili, si prova a tenere aperto un dibattito che qualcuno considera chiuso da tempo. Che ha sempre avuto poche risorse e sostegno.

Sappiate che è piuttosto frustante fare l’insegnante in certe condizioni, lo era prima e lo è adesso.

Il governo non sa come procedere perché la scuola, da decenni è tenuta in piedi da genitori e insegnanti volenterosi. Questa è una semplice realtà.

Qualcuno però, almeno dovrebbe prendersi la briga di parlare ai ragazzi e ai bambini, perché non sono degli imbecilli, un conto è spiegargli che il mondo si ferma e devono fermarsi anche loro (e credo abbiano già dato prova di responsabilità in tal senso), un conto è spiegargli che il mondo inizia a muoversi, preparando spiagge, aziende, negozi… e che loro devono continuare a restare immobili.

Almeno la dignità di un discorso. La ministra dell’istruzione è anche dei bambini e dei ragazzi, a loro deve una spiegazione, non basta continuare a ripetere che l’esame di maturità sarà serio, e che la didattica a distanza funziona. Non è vero, la didattica a distanza copre un vuoto di anni. La scuola e la cultura dovrebbero essere una cosa seria e per fare in modo che lo siano ci vogliono risorse e fondi, non tagli. E se continuiamo a investire solo nel digitale siamo fottuti.

Pensiamo davvero ai musei, alle biblioteche, ai cinema, ai teatri, ai parchi, alla scuola in città attraverso esperienze formative nuove.

In fondo, avete ragione ad essere pessimisti. Altro che banchi a distanza di sicurezza come in Germania, noi faremmo fatica a trovare il sapone per tutti. La carta igienica ce la portiamo da casa in mezzo ai libri. Come sempre è stato.

Penny 

2 comments on “Non diteci che non ci sono proposte per la scuola. Perché c’erano e da tempo. Esistono i teatri, i musei, le biblioteche, i parchi.”

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