La povertà ha un nome proprio. Karim Bamba. È il nome di un bambino di dieci anni. Un bambino che nella nostra Italia, dentro ad una nostra città camminava scalzo.

Riuscite ad immaginarlo mentre rovista nei cassonetti, dove ci sono i nostri scarti. Dove ci sono i pantaloni o le magliette di nostro figlio, quelle che non gli piacciono più.

Fa effetto vero? E fa paura essere parte di questa società in cui i bambini muoiono e lo fanno in povertà, in cui se nasci povero rimani povero.

Camminava scalzo, lo ripeto, perché rimanga e mi rimanga bene impresso.Non correva a perdifiato nei prati una sera di maggio, no, lui camminava sull’asfalto, impilava sacchetti lasciati lì da noi, per salirci sopra e vedere se riusciva a trovare qualcosa per sé o i suoi fratelli.

Quando ho sentito la notizia mi sono chiesta se lui era uno di quelli perso per strada dalla didattica a distanza, mi sono chiesta perché facciamo finta che la povertà infantile non esista, perché non ci occupiamo degli ultimi e permettiamo che accadano certe cose.

La scuola non basta, ma la scuola si accorge, dentro alla scuola una maestra avrebbe saputo se una sua famiglia era in certe condizioni. La scuola non può tutto, ma può accogliere, fare in modo che i bambini siano e restino bambini.

Trovare un paio di scarpe, ad esempio. Anche se non è sufficiente, è già qualcosa.

Karim era conosciuto in città, così ho letto, la famiglia era seguita dai servizi sociali, gli stessi servizi sociali su cui spesso scagliamo pietre ma in cui vengono effettuati solo tagli.

Paghiamo tutto e paghiamo il prezzo più alto, la morte di un bambino. Paghiamo i tagli alla sanità, i tagli alla scuola, i tagli ai servizi alla persona, i tagli al sociale, ai centri socio-educativi.

Noi tagliamo risorse sempre.

I bar questa settimana hanno riaperto, pure i parrucchieri, i ristoranti, le spiagge e forse, potremo andare in vacanza. Notizie belle. L’economia ritorna a girare e io non posso che esserne felice però, nella stessa settimana, una sera di maggio è morto un bambino e non riesco a passare oltre come se fosse solo un brutto capitolo della storia.

Aveva dieci anni, viveva in una delle nostre città, aveva il torace schiacciato e le gambe a penzoloni. Non credo avesse un tablet per collegarsi, e credo non gliene importasse niente di essere bravo in italiano e in matematica. Forse, sarebbe stato valutato con un voto insufficiente per non aver fatto lezione o forse no, io lo spero, spero che la scuola si sia accorto di lui e abbia cercato di fare il possibile.

Karim cercava dei vestiti, questa era la sua preoccupazione.

Era scalzo.

E questo ci dice tutto su di lui.

E su di noi.

Italia 2020. La povertà infantile ha un nome proprio, Karim e l’età di un bambino di dieci anni.

Penny i

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