A proposito del “se vuoi puoi” e “se ti impegni arriverai ovunque”, vorrei dire la mia e partire dal mio luogo di lavoro: la scuola.

In 25 anni di insegnamento nella scuola pubblica ho visto passare orde di bambini e bambine e ho avuto la fortuna negli anni di averli visti crescere, perché con molti di loro ho mantenuto contatti e vivo nello stesso quartiere dove insegno.

Dopo 25 anni posso dire con certezza che quel “se vuoi puoi” è frutto di una società- e quindi di una scuola- meritocratica che privilegia la competizione e l’individualismo. Se non ce la fai è colpa tua.

Ogni volta che accolgo una prima elementare vorrei sbagliarmi ma potrei dire chi ce la farà e chi no e, ogni giorno, mi sforzo di fare in modo che la storia di alcuni bambini e bambine non sia già scritta.

Nonostante la mia sia una scuola inclusiva e accogliente, chi entra in povertà a volte solo economica, a volte sociale e culturale ( solitamente ahimè sono interconnesse), nonostante la volontà, non riesce ad emergere e quell’uno che riesce- come scrive Rosella Pastorino nel suo post- sacrifica molto, moltissimo.

Ci sono bambine e bambini svegli, perspicaci, intelligenti, che non hanno libri in casa, i cui genitori lavorano di notte o sulle spiagge, che passano i loro week-end sempre nello stesso parco o dentro ai centri commerciali. Che non hanno mai fatto vacanze.

Ci sono bambini e bambine che hanno difficoltà, ma i loro genitori possono rivolgersi a centri privati per farli aiutare e se la caveranno e magari emergeranno pure; altri, che escono dalla scuola primaria ancora in lista di attesa alla ASL di turno, e forse riusciranno a recuperare un’ora di seduta qua e là, prima dei tredici anni.

Spesso non basta la determinazione e l’impegno, perché quasi tutti i ragazzi stranieri che sono passati nella mia scuola, a meno che non siano adottati, vengono sputati fuori dal sistema alla fine della terza media. Sarebbe interessante verificare quale sia la presenza nei licei italiani di ragazzi stranieri, magari con genitori laureati al loro paese che qui fanno gli ambulanti.

Non credo sia questione di capacità o impegno. Ma la questione non riguarda solo loro, riguarda anche noi, i nostri figli, quelli “normali”, con famiglie che fanno fatica, per non parlare poi della disabilità.

La verità è che se tutti i bambini e le bambine avessero gli strumenti per essere supportati in modo equo, quel “se vuoi puoi” avrebbe davvero valore; e forse, nemmeno senso di esistere.

Invece, non stiamo a raccontare quella dell’uva, spesso, chi ha le risorse economiche e culturali per emergere, emerge e se non succede, per lo meno cade in piedi.

Gli altri, scelgono, se sopravvivere, se far sopravvivere la propria famiglia e quando, magari, avrebbero le risorse per provarci, il treno è perso.

Quindi, per cortesia, aborro chi sventola la bandiera della meritocrazia, perché, la storia dell’impegno sarebbe vera se la linea di partenza fosse la stessa o se in corso d’opera si cercasse di eliminare la forbice tra chi ha e chi non ha.

Dentro al “se vuoi puoi”, i governi si manlevano dalle responsabilità, il potere in mano a pochi si manleva, ci manleviamo tutti, come cittadini intendo. Non si tratta di essere caritatevoli verso chi ha di meno, ma giusti.

Per quanto riguarda me, mia madre e mio padre non avevano né tempo né soldi per acquistare libri. La mia prima casa, fino ai dodici anni, era senza né la doccia né la vasca, eppure ricordo che mi hanno comprato i Quindici a rate. Erano la mia libreria.

Se fosse stato per alcuni miei insegnanti avrei abbandonato presto il mio percorso scolastico, insomma mi dicevano che non ero brava abbastanza e che la responsabilità era della mia poco determinazione, mi hanno sottratto tanto in termini di acquisizione culturale.

Invece, nessuno aveva mai provato a cambiare la mia storia. Non è vero che basta l’impegno, non è vero che se vogliamo possiamo.

Nel nostro Paese c’è il circuito delle conoscenze, ci sono le frequentazioni delle famiglie di origine, le grandi case e le librerie e la cultura che circola in quelle case.

Ho amiche avvocate, giudici, medici, i loro genitori erano laureati, sicuramente più benestanti. La partenza conta, eccome se conta.

A volte non basta neppure l’amore e il calore della famiglia, per farcela, se mancano politiche sociali che equilibrino i passi, se manca il lavoro di una scuola pubblica che aiuti ad eliminare le disuguaglianze invece di accentuarle.

Certo l’impegno è importante, ma se oggi sono scrittrice e insegno, non è stata per la mia forza di volontà, è stato per mia madre e mio padre che hanno sacrificato la loro vita in modo che io e mia sorella non ripercorressimo i loro passi. È stato grazie a mia madre e mio padre, che nonostante tutto, non hanno mollato con me.

Ah, non beatificateli, vi prego! Io non sono felice del loro sacrificio, gli è costato molto in termini di esistenza. Erano soli, dannatamente soli, come sono soli molte madri e molti padri dei miei alunni.

Quindi, se vuoi puoi, certo, se ci sono le condizioni economiche e sociali, puoi prima, puoi più facilmente, puoi con meno sacrifici e sofferenza. Infila “uno su mille ce la fa” e il gioco è fatto. Infila una donna di sistema tra mille uomini e le altre donne penseranno che non sono abbastanza.

Troppo comodo, troppo facile. È sempre una questione di mantenimento dei privilegi di pochi, una questione di potere economico, quindi sociale, quindi culturale.

Scusatemi, ma ai miei bambini e alle mie bambine, visto che nella scuola, specchio della società, non cambia nulla da decenni, visto che la linea di partenza è ormai solco, almeno gli devo questo: oltre alla povertà, alle differenze sociali, io gli devo onestà.

Non sarò io ad avallare il sistema, a giustificarlo, salvandone uno per tutti. Grazie, ma no.

Penny ❤️

https://www.ragazzimondadori.it/libri/la-scuola-e-di-tutti-le-avventure-di-una-classe-straordinariamente-normale-cinzia-pennati/

https://www.ragazzimondadori.it/libri/ai-figli-ci-sono-cose-da-dire-cinzia-pennati/

http://old.giunti.it/libri/narrativa/il-matrimonio-di-mia-sorella/

8 comments on ““Se vuoi puoi”, “se ti impegni ce la farai”. La narrazione tossica.”

  1. Penny, permettimi di dissentire in parte con quanto scrivi. Certo che devi insegnare che la più grande forza al mondo è quella di volontà. Potrei raccontarti di moltissime storie di chi ce l’ha fatta partendo da zero, anzi da sottozero, armato solo di una mostruosa forza di volontà. Io mi alzavo tutte le mattine alle 4.09 studiavo 3 ore per l’esame di stato e poi andavo a fare pratica. Ci sono storie di figli che sono diventati proprietari di imprese che fatturano milioni di euro. Del Vecchio era un orfano dei martinitt, che lavorava e studiava, Obama non era nè ricco nè privilegiato ed è diventato presidente degli USA, JAck Ma era poverissimo e ha creato ALIBABA. Io insegno ai miei figli che “nulla è gratis” e che il lavoro paga sempre. Se riusciranno ad avere successo (che non si misura solo con i soldi) sarà contento per loro, se non dovessero riuscire e si saranno fatti un “mazzo” importante non avranno rimpianti. E poi l’alternativa quale sarebbe: insegnare a non impegnarsi e a rinunciare ai propri sogni?

    • Grazie per il tuo contributo, nel post volevo puntare l’attenzione sulle responsabilità, per il resto, con le mie figlie e con i miei alunni e alunne, non manco di incoraggiare ma anche di lottare per i diritti e far notare le disuguaglianze. Grazie ancora.

  2. Talvolta la linea di partenza diventa addirittura linea di trincea dietro la quale difendere l’ipocrisia di chi finge di non vedere le differenze e l’irresponsabilità di chi sostiene non esistano.

  3. Meraviglioso intervento. Chiederei di correggere quel “almeno che”. Certo un refuso, ma rovina l’articolo.

    • Grazie per il suo contributo, se questo potesse essere un luogo di riflessione le chiederei di ragionare sul fatto che lei è uomo, e lo sottolinea. La cultura in cui siamo cresciuti parte dal privilegio maschile ed è molto facile che il suo sentire segua un’altra direzione.
      Il confronto credo aiuti a crescere.

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