Primo giorno di scuola. In una classe di un liceo qualunque di una città qualunque, un professore si siede, apre il registro, rivolge lo sguardo ai ragazzi e dice: “Ricordatevi che quest’anno non verranno regalati i voti come negli ultimi due anni, vi dovrete conquistare tutto”. Poi apre il libro e detta sei pagine di appunti su Sant’Agostino.

Altra situazione, altro liceo. Una professoressa entra in classe, si siede, apre il registro, guarda i suoi alunni e dice: “Bene, da oggi in poi è finita la pacchia”.

Terza media, la professoressa fissa gli alunni e dice: “Lunedì verifica di matematica, vi ricordo che quest’anno si boccia”.

Nessun come state, come vi sentire. Niente, solo libri aperti e pagine di dettati, ognuno la sua materia, come se le discipline fossero mondi lontani.

Potrei raccontarne mille di storie del genere come potrei raccontare di quei professori che si fanno in quattro per mantenere in piedi la scuola pubblica, ma sono i primi a cui mi rivolgo.

È a loro a cui vorrei ricordare che i ragazzi sono passati dentro a due anni di pandemia, vorrei ricordare che la scuola, in questo tempo, nonostante le promesse, non è stata in grado di rinnovare se stessa e che la Dad ha fatto solo emergere con più forza i limiti e le carenze.

Vorrei ricordare che i ragazzi del tempo sospeso non hanno colpa e che l’hanno brutalmente subito, che molti di loro hanno perso lo slancio verso la vita e la fiducia nelle istituzioni, molti si sono persi da qualche parte e nei banchi non siedono più.

Vorrei ricordare che in questi due anni il sistema scolastico non ha modificato se stesso ma ha solo riprodotto il proprio metodo attraverso lo schermo, rinunciando alla parte più importante: la relazione.

Le classi hanno sempre gli stessi numeri e, a parte il distanziamento e le mascherine e il personale che manca, non si sente parlare d’altro. Non certo di innovazione.

Il problema è che questi ragazzi si siederanno nei soliti banchi, con le finestre spalancate, i muri scrostati, regole ancora rigide, il compagno un po’ più in là, l’ansia del futuro e dei docenti che sembrano incazzati con loro.

Come se non fosse bastata la Dad, l’isolamento, i morti, la paura.

Da oggi in poi, i ragazzi che sono sopravvissuti, si dovranno preoccupare del mezzo voto regalato lo scorso anno e dovranno dimostrare di essere fedeli e servili ad un sistema scolastico che continua a considerare metodi punitivi garanzie di un buon insegnamento.

Ovviamente non si può generalizzare ed è vero che gli insegnanti hanno molte classi e molti alunni tanto che, a volte, non riescono nemmeno a ricordare tutti i nomi.

Ma è pur vero che finalmente i nostri ragazzi sono tornati in presenza e stanno riprendendo in mano, non senza fatica, la propria vita.

Ed è pur vero che hanno perso due anni di esistenza e di istruzione autentica e se ci sono delle colpe, quelle sono solo le nostre. Del sistema, della società performante, delle promesse sulla scuola non mantenute.

Penny ❤

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3 comments on “Cari professori, non fate pagare ai ragazzi la pandemia e l’incapacità della scuola.”

  1. Ciao Penny, bell’articolo. Lo condivido in pieno.

    Quanto mi sarebbe piaciuto rientrare tra loro il 14 settembre scorso, tra i ragazzi che ho lasciato il 10 maggio. Tre giorni dopo infatti mi sottoponevo a mastectomia unilaterale, a seguito di una biopsia chirurgica il cui istologico non lasciava dubbi: carcinoma mammario di 0,9 mm. Come mi consigliò il chirurgo speciale che prese in carico la mia situazione medica, continuai a lavorare. Giusto qualche collega sapeva che l’istologico era risultato malevolo. Continuai a svolgere la mia attività di sostegno a favore di due ragazzini speciali, ma non speciali perché diversi. Speciali per me. Insegno in un Istituto di Comprensivo di provincia, quello che si chiama Superiore di Primo grado, ma che io, e altri colleghi chiamiamo ancora scuola Media, una scuola a metà: tra l’ex Elementare e la Superiore.
    G. frequenta la I B. E’ un ragazzino tutto tondetto che parla continuamente e spesso cerca me e i compagni per sentirsi accettato, per affermare il suo essere in classe: gli voglio bene perché è simpatico, arriva al nocciolo prima di altri nonostante le difficoltà ed è un gran curioso in tutte le discipline.
    S. frequenta la II B. E’ ancora più tondo di G., S. è un caciarone, ride sempre, spesso per le battute dei compagni di una classe problematica.
    Sai quelle classi dove i docenti spendono se stessi facendo discorsi e sperando di aprire discussioni sul viver civile, sull’educazione, sul rispetto, sulla non violenza, sul bullismo, sulla differenza di genere, sul razzismo, sulla tolleranza; tutti discorsi sempre conseguenti di autorevoli rimproveri nati da situazioni spiacevoli accaduti in classe.
    Ma non sono quel genere di docente di sostegno che prende posto a fianco agli alunni assegnatimi. NO. Mai fatto. Non lo feci nemmeno nella mia prima supplenza annuale, avuta a ventinove anni, in cui svolsi proprio attività di sostegno. Io nasco tra i banchi di scuola. Non nasco dietro la cattedra. Nasco come insegnante di Lettere, ma prima nasco tra i banchi di sedici anni di studio, l’ultimo lustro dei quali frequentando l’Istituto statale d’Arte di Sassari, ora Liceo Artistico, intitolato a Filippo Figari, pittore cagliaritano, trasferitosi a Sassari, dove conobbe G. Biasi e, una volta in capitale, conobbe Salvator Ruju e a cinquant’anni divenne direttore proprio dell’Istituto che porta il suo nome e in cui scelsi di studiare.
    Qui i docenti si sedevano raramente e, quando si sedevano, lo facevano sulla tua sedia, rubandotela per qualche minuto, in modo da correggerti la tavola di Disegno dal vero. Come era solito fare il grandissimo prof. Cananzi. Infatti, per correggere il disegno, il docente sapeva bene che occorreva guardare gli oggetti, da lui disposti sul tavolo, dallo stesso punto visuale dell’alunno. Solo così la correzione degli errori e delle sviste era utile, solo così si potevano correggere le proporzioni, le luci e le ombre.
    Questa è la mia forma mentis. Sono un’insegnante di sostegno che svolge la sua attività a beneficio di tutti gli alunni, nella classe alla quale vengo assegnata.
    Ecco perché quando sono andata a scuola la settimana scorsa per portare il certificato dell’oncologa, mi sono detta che non potevo non entrare nelle aule a salutare gli alunni. Io che, una volta ancora mettevo la scuola prima della mia stessa salute, li ho pensati in quel mese di maggio, una volta rientrata a casa, convalescente da un intervento chirurgico importante e da un ricovero di cinque giorni che, per fortuna esistono i cellulari perché, causa pandemia, in quei cinque giorni di ospedale, non ho visto ne marito ne figlie.
    Ho bussato a quella porta che lo scorso maggio portava affisso il cartello II B, ora invece vi leggevo, stranita, III B: un’aula in cui ero stata fino a quattro mesi prima. Nonostante i miei capelli biondo tinti e tagliati in un carré avessero lasciato posto a una peluria cortissima, molto diradata e completamente canuta, la collega mi riconosce e subito sorride, felice della carrambata.
    Gli sguardi dei ragazzi invece, che nel mio intenso immaginario avevo pensato sorridermi e stringersi, anche se in un abbraccio virtuale per le disposizioni anti-covid, non sono pronti e capisco che non riescono ad identificarmi con nessuno. Entro nell’aula nel frattempo e, in piedi, mi appoggio al bordo della cattedra, dove spesso ho fatto loro lezione. Qualcuno mi ha riconosciuto, altri ancora mi guardano come se fossi ET, l’Extra Terrestre di Steven Spielberg, mi abbasso allora la mascherina sotto il mento per un paio di secondi e finalmente non ci sono più dubbi nei loro occhi: mi hanno riconosciuta.
    Le cose precipitano subito perché l’alunno davanti a me, non mi dà nemmeno il tempo di ammonirlo per via della mascherina indossata sotto il mento, mi chiede se avessi il cancro. Lo fa col sorriso sulle labbra e con un sarcasmo così compiaciuto che mi sento gelare. Resta basita anche la collega di Religione, della quale incrocio lo sguardo.
    Entrambe per un paio di secondi restiamo incredule. Non riesco nemmeno a godermi e a sentire le voci allegre degli altri alunni che finalmente mi hanno riconosciuto e nel frattempo attiravano la mia attenzione affinché li salutassi.
    Vinta da tanto cinismo non riesco a trattenere le lacrime, le sento sgorgare calde dagli occhi e non riesco a trattenerle. Nell’immaginario piangevo di commozione, di gioia, di partecipazione per aver ritrovato i miei ragazzi, invece nella realtà piangevo di pietà. Pietà per me.
    La collega lo rimprovera dicendogli che non sono né frasi né modi per un ragazzino…
    Essendomi ricomposta, nell’arco lungo di un minuto, interrompo la collega venutami in soccorso e lo sgrido a mia volta, prima per la mascherina malmessa e poi perché con le sue parole mi ha pietrificato.
    Rivolgo l’attenzione agli altri alunni. Ma soprattutto la rivolgo all’alunno speciale che, lo guardo in quel momento, ha lo sguardo rivolto al pavimento. Gli dico che non è successo nulla, ma probabilmente è così da quando ha riconosciuto in me la sua insegnante. La sua prof. che non è più bionda, non ha quel sorriso sulle labbra e quel sole negli occhi e prima, per giunta, stava pure piangendo. Mi muovo dentro l’aula e lo vado ad abbracciare. E’ più alto di me, è cresciuto nell’estate che ancora, in Sardegna, resiste. Con l’avvento della pandemia anche gli abbracci sono merce ormai rara. Infatti S. non sa bene come comportarsi. ed in effetti, ora che ci penso, non fu un abbraccio tra noi, ma più una pacca sulla spalla, come quelle che gli ho sempre dato, per spronarlo a lavorare, considerata la sua continua pigrizia.
    In seguito ho parlato ai ragazzi come la loro prof che ha a cuore il loro futuro e che ben conoscono. Li ho spronati all’impegno nello studio, soprattutto pensando all’esame di fine ciclo, dicendo loro che i docenti non valutano i due paragrafi di storia imparati a memoria, ma la maturità nell’esprimersi e nel volgere lo sguardo sicuro verso la commissione d’esame. Li ho stimolati ad iniziare a pensare a quale scuola scegliere nel prossimo gennaio, facendo luce sulle loro attitudini e passioni, per fare una scelta consapevole e non buttata a caso, seguendo un compagno di scuola o l’inclinazione dei propri genitori.
    Guardando i loro occhi li ho salutati caldamente e li ho lasciati con un arrivederci presto.

    In realtà non so se rientrerò a scuola e devo dire grazie all’alunno che mi ha scosso con la sua insensibilità, perché pensavo di essere forte, di avere la grinta per rientrare al lavoro già il 2 settembre scorso. Invece non è il caso.

    Cara Penny, perché ti ho scritto questo testamento? Perché è sicuro che la pandemia ha rubato due anni di vita ai ragazzi della scuola Superiore. Non li ha fortunatamente rubati agli alunni dell’asilo, della primaria e della scuola media, se non qualche settimana in cui gli Istituti sono stati chiusi temporaneamente, per zelo o per paura o per contagi a catena.
    Noi docenti della scuola media, che abbiamo avuto la fortuna di lavorare nello scorso anno scolastico, non siamo proprio per nulla incazzati in questo che è stato appena inaugurato e, non è nemmeno vero che non ci ricordiamo i nomi dei nostri alunni! Ti assicuro che se li ricorda pure l’insegnante di Religione, che ha 18 classi e una media di 270 alunni, sparsi in almeno sei/otto plessi!
    Anzi, mi correggo scusa, io forse un po’ incazzata lo sono!
    Perché protetta dal coronavirus, grazie alla FP2 indossata per tre/quattro ore di lezione dal lunedì al venerdì, la mascherina non mi ha protetto dal cancro! Ma sono incazzata soprattutto perché la mascherina non mi protegge dal cinismo di un ragazzino che non ha nemmeno 13 anni. Non ci protegge dalle generalizzazioni, dal sistema, dalle promesse di una scuola nuova, dalla mannaia dei voti che il sistema ci costringe a dare, non ci protegge dall’indifferenza, non ci protegge dalle famiglie che demandano TUTTO alla scuola, fregandosene altamente di ciò che appaiono e sono i figli.
    Ciao Penny
    Cordialmente

    Lorella Sini

    • Grazie per questa eredità preziosa e per “avermi ripreso”. Generalizzare non serve a nessuno. Dimmi come stai…fammi sapere, se vuoi.
      Ancora grazie Penny

      • Sto bene, carissima Penny. Stamattina ho fatto medicare il mio preziosissimo PICC nel reparto di Rianimazione del SS Annunziata di Sassari. Mi pruudeva da qualche giorno, questo piccolo tubicino catetere che arriva quasi fino al cuore attraverso la vena basilica…

        Il bello del cancro è che impari così tanti termini nuovi che poi vuoi per forza utilizzarli nel tuo Blog!!! 😆

        Comunque sto bene Penny, grazie. Sono in congedo per malattia grave e sono esonerata dalle visite del medico fiscale! Una pacchia insomma! 😉
        Ma mi mancano tutti loro. Alunni, colleghi e bidelli.

        Lorella Sini

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