Accettare la fragilità è poco commerciale.

La bellezza è commerciale, diventare altro da sé, un altro corpo più magro, più in forma. Raggiungere obiettivi in fretta è commerciale. Le scuole private, le università private, luoghi dove l’apprendimento si paga caro, sono commerciali, le scorciatoie non sono mai gratuite. Non è commerciale la solidarietà, l’umanità e la pietà. Non c’è produzione di denaro negli atti gentili, non fanno di certo circolare l’economia. Non lo è neppure la disabilità. Chi resta indietro è un costo per la società.

Dentro all’accettazione della fragilità non c’è produzione e la nostra società dell’economia non può permetterlo. Dentro all’accettazione della fragilità non ci sono specchi per le allodole, non c’è un accontentarsi ma un volersi bene, nemmeno quello è troppo commerciale.

È commerciale, invece, mostrarsi. Creare dipendenza verso le illusioni: sarò, diventerò, potrò.

La felicità non si può vendere, non ha prezzo, questo lo sappiamo tutti e lo sa anche l’economia, lo sa il potere, per questo illude. E usa qualsiasi mezzo per farci credere che la mancanza sia un aspetto negativo dell’esistenza. Accettarsi non produce economia, questo è un fatto.

Possiamo scegliere, se essere strumento commerciale o volerci bene dentro a corpi imperfetti e anime fragili. Possiamo scegliere se provare compassione, se essere solidali, se spingere azioni che producano umanità, verso sé stessi e verso l’altro. Se sentirci forti per gli oggetti che possediamo o sentirci liberi, non ricattabili, unici. Che, a volte, non sappiamo nemmeno più che cosa ci piace né chi siamo.

La mancanza ci rende fragili e la fragilità mancanti, il che non è poi così male, perché ci avvicina alla compassione, all’altro che ci rispecchia nella sua insufficienza.

Sono mancanti i figli e lo siamo noi, eppure è dentro a quella fragilità e manchevolezza che si trova lo spazio dell’amore. Forse quello più grande, a ragione o meno.

La vita è una e il tempo incalza e non ho intenzione di consumarlo in fretta, né di perseguire successi, sogni e illusioni che altri scelgono per me.

Ho bisogno di amici gentili, di essere gentile, di sapermi porto sicuro, di trovare un porto sicuro se mai ne avessi bisogno, di amare ogni parte di questo corpo che piano piano si prepara al rientro.

Ho bisogno di guadare il mondo con gli occhi della compassione, perché è la stessa che desidero su di me e sulle mie figlie quando ci sentiamo spezzate. Perché succede.

La fragilità non produce economia, la disumanità sì. E noi abbiamo sempre una scelta.

Riempirci di oggetti, stati e ruoli, anche a discapito dell’altro, dritti per arrivare per primi dove? ci sarà sempre un gradino più alto che cercheranno di farci raggiungere, sempre. La corsa non si arresterà, perché loro lo sanno: la performance crea dipendenza.

Oppure, possiamo scegliere di volerci bene per ciò che siamo: insufficienti, mancanti e friabili.

La sentite la libertà?

Penny♥️

 https://www.ragazzimondadori.it/libri/la-scuola-e-di-tutti-le-avventure-di-una-classe-straordinariamente-normale-cinzia-pennati/

https://www.ragazzimondadori.it/libri/ai-figli-ci-sono-cose-da-dire-cinzia-

https://www.giunti.it/catalogo/il-matrimonio-di-mia-sorella-9788809835788

2 comments on “L’illusione della perfezione.”

  1. Adoro il suo modo di scrivere . Ricevere i suoi brani mi fa’ molto piacere. L’ illusione della perfezione mi è piaciuto molto . Volevo farlo leggere a mia figlia, è possibile averlo? Ho provato a copiarlo ma il sistema non me lo permette . Puo’ aiutarmi? Grazie

    • Accettare la fragilità è poco commerciale.
La bellezza è commerciale, diventare altro da sé, un altro corpo più magro, più in forma. Raggiungere obiettivi in fretta è commerciale. Le scuole private, le università private, luoghi dove l’apprendimento si paga caro, sono commerciali, le scorciatoie non sono mai gratuite. Non è commerciale la solidarietà, l’umanità e la pietà. Non c’è produzione di denaro negli atti gentili, non fanno di certo circolare l’economia. Non lo è neppure la disabilità. Chi resta indietro è un costo per la società.
Dentro all’accettazione della fragilità non c’è produzione e la nostra società dell’economia non può permetterlo. Dentro all’accettazione della fragilità non ci sono specchi per le allodole, non c’è un accontentarsi ma un volersi bene, nemmeno quello è troppo commerciale.
È commerciale, invece, mostrarsi. Creare dipendenza verso le illusioni: sarò, diventerò, potrò.
La felicità non si può vendere, non ha prezzo, questo lo sappiamo tutti e lo sa anche l’economia, lo sa il potere, per questo illude. E usa qualsiasi mezzo per farci credere che la mancanza sia un aspetto negativo dell’esistenza. Accettarsi non produce economia, questo è un fatto.
Possiamo scegliere, se essere strumento commerciale o volerci bene dentro a corpi imperfetti e anime fragili. Possiamo scegliere se provare compassione, se essere solidali, se spingere azioni che producano umanità, verso sé stessi e verso l’altro. Se sentirci forti per gli oggetti che possediamo o sentirci liberi, non ricattabili, unici. Che, a volte, non sappiamo nemmeno più che cosa ci piace né chi siamo.
La mancanza ci rende fragili e la fragilità mancanti, il che non è poi così male, perché ci avvicina alla compassione, all’altro che ci rispecchia nella sua insufficienza.
Sono mancanti i figli e lo siamo noi, eppure è dentro a quella fragilità e manchevolezza che si trova lo spazio dell’amore. Forse quello più grande, a ragione o meno.
La vita è una e il tempo incalza e non ho intenzione di consumarlo in fretta, né di perseguire successi, sogni e illusioni che altri scelgono per me.
Ho bisogno di amici gentili, di essere gentile, di sapermi porto sicuro, di trovare un porto sicuro se mai ne avessi bisogno, di amare ogni parte di questo corpo che piano piano si prepara al rientro.
Ho bisogno di guadare il mondo con gli occhi della compassione, perché è la stessa che desidero su di me e sulle mie figlie quando ci sentiamo spezzate. Perché succede.
La fragilità non produce economia, la disumanità sì. E noi abbiamo sempre una scelta.
Riempirci di oggetti, stati e ruoli, anche a discapito dell’altro, dritti per arrivare per primi dove? ci sarà sempre un gradino più alto che cercheranno di farci raggiungere, sempre. La corsa non si arresterà, perché loro lo sanno: la performance crea dipendenza.
Oppure, possiamo scegliere di volerci bene per ciò che siamo: insufficienti, mancanti e friabili.
La sentite la libertà?
Penny♥️

      Eccolo, prova da qui. Grazie per le parole buone.

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