Ho lasciato le girls a casa. Sotto la supervisione di nonna, sorella, amici.
Le ho lasciate da sole.

Ho affidato la piccola alla grande (ormai maggiorenne), anche se penso che qualche volta sia il contrario, tra le due è la mia secondogenita quella più responsabile, e sono fuggita?.

Qualche giorno in montagna con il mio compagno. Lui ne aveva bisogno, il caldo lo stava devastando, io pure boccheggiavo.

Mi sono chiesta se le coppie normali lo fanno, lasciano i figli a sé stessi e si prendono del tempo per ritrovarsi.

Ovviamente mentre sono qui, in un posto che amo, in cui sto bene, un po’ lontana dal caos, dai pensieri (quello in realtà è impossibile), dai miei 45 metri quadrati con impalcature in facciata (a proposito la ditta che si occupava della ristrutturazione è scappata?), mentre sono qui mi chiedo se ho fatto bene, se sono io la matta o anche le altri madri mollano i figli, perché, il senso di colpa è sempre in agguato.

In realtà, se ascolto il mio sentire, so che sto facendo la cosa giusta ma, siccome lui è ostile alle certezze e a me, ho sempre una marea di dubbi.

Il mio compagno non li ha, ovviamente, i suoi sono dalla madre e la preoccupazione si chiude lì.

Io e le girls ci mandiamo foto, ovvero, io gliele mando, loro, quando le chiamo hanno sempre la segreteria?.

A parte quando devono domandarmi qualcosa. Ad esempio oggi la piccola mi ha chiesto: “Mamma una mia amica mi ha invitato a un schiuma party, posso andare?”.
“Ma dove?” le ho domandato perplessa.
“In discoteca, all’ Estoril ” mi ha risposto.

A parte che mi sembrava il nome di un cinema porto, comunque le ho detto un secco no, di quelli decisi, pronta alla difesa.
Invece mi ha risposto: ” Va bene, ciao” e ha buttato giù.?

A volte penso che abbiano bisogno di sentirsi dire No, altrimenti non me lo spiego. Penso sia davvero una necessità quella di essere contenuti. Delimitati. Vogliono vedere se ci siamo e ci occupiamo di loro. E ci mettono alla prova per capire se ci siamo davvero.

Comunque, io le foto continuo a mandarle, voglio che sappiano di avere una mamma che sta bene al di là di loro, voglio che siano altrettanto libere di essere felici, e lo so che sembra una banalità ma non lo è, perché esistono rapporti non solo amorosi ma anche genitoriali e filiali, in cui si tende a non godere della felicità altrui, in cui la gelosia ha il sopravvento, in cui l’amore ruota solo dentro al proprio raggio d’azione.

Io credo che la felicità la si possa insegnare, credo che i figli debbano respirarla per poter sapere che c’è ed esiste e continuare a cercarla, soprattutto, quando la perdono di vista.

Anche l’infelicità s’insegna. Per questo penso sia una scemenza quando ci incateniamo in matrimoni disastrosi con quella frase che contiene in sé un mare di falsità: “Lo facciamo per i figli”.

I figli, appunto, prendono le misure. Guardano se siamo sinceri e imparano ad esserlo o meno.

Imparano che il senso di colpa sovrasta e domina la nostra vita, continuando a farci rimanere immobili e succubi della nostre stesse scelte.

Loro mi chiedono:
“Sei felice?”.
“Sì” gli rispondo “sto tanto bene”.
E mi mandano le faccette e i bacini e so che questo occuparmi della mia vita e della mia felicità, permette la ricerca della loro.

Come lasciare uno spazio, sollevare dal bisogno di riempire vuoti, di “salvare” la madre e il padre dall’infelicità, perché, loro ci vogliono vedere star bene e alcuni figli spendono la propria vita nell’illusione di riuscirci. Imparano che l’amore è questo e ripropongono lo stesso meccanismo d’infelicità.

Quindi, non nascondete le vostre felicità solo perché ci hanno insegnato che una buona madre è quella che si vota al martirio.

Credo che alcune di noi sappiano bene di cosa sto parlando.

Una buona madre “insegna la felicità”, attraversando ogni giorno la sua.

Ricordando a se stessa in primo luogo che è una donna.

Così i figli potranno essere solo figli. E potranno stare bene.

Penny

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