Credo che uno dei compiti più difficili dell’essere genitore sia quello di lasciare il passo, mettersi da parte.

Lo so perché lo vivo come madre e come insegnante. Le delusioni dei nostri figli, soprattutto in un periodo precario come questo, ci frantumano. Così, spesso, la prima cosa che facciamo è quella di agire.

Cerchiamo risposte e soluzioni in un batter d’occhio. Lo facciamo a fin di bene, ovvero, l’intento è buono, ma, in questo modo, non lasciamo lo spazio necessario ai nostri figli di trasformare quella delusione in crescita.

Lo stesso vale per le infinite possibili attività che mettiamo sul piatto, alla frase del nostro pargolo che dice: Non voglio più andare a basket o a calcio o che so io…la nostra risposta arriva pronta: “Non puoi stare senza far niente!”.

Ed eccoci subito a proporre una nuova lezione di prova, a riempire il tempo, più sapranno fare, più il futuro sarà meno incerto. Ma non funziona proprio così è niente come questo momento ce lo sta insegnando.

Ricordo che quando le mie bambine erano più piccole, non avendo particolari attitudini, settembre e ottobre erano mesi da incubo. Passavamo da una lezione all’altra e, alla fine, loro erano più confuse dell’inizio e io stressatissima.

Non sono diventate delle atlete nessuna delle due 🤦‍♀️ e adesso, in cui le priorità sono altre, mi rendo conto di quanto tempo ho perso per rispondere a richieste sociali pressanti.

Eppure dovremmo saperlo che, spesso, è dentro al niente che a noi adulti succedono le cose più importanti, che maturano idee, inclinazioni e pensieri. E, allora, perché non dovrebbe essere così anche per i nostri figli? Perché il loro dolce far niente non dovrebbe avere un valore costruttivo come spesso ha per noi?

Provare a lasciare spazio, provare a non intervenire è un lavoro difficile e quotidiano, presuppone una de-costruzione di un pensiero sedimentato nel tempo: ovvero che noi (parlo delle madri a cui è delegata la cura) siamo detentrici di verità educative risolutive. Se non riusciamo siamo pessime.

Beh, potete tirare un sospiro di sollievo, molto dipende da noi ma non tutto. C’è la società, i padri ( qualcuno li dimentica), la famiglia, il contesto, ma, soprattutto, ci sono loro i figli.

Mettersi da parte, vuol dire, accettare il vuoto che, a volte, ti portano in dono, accettare i tempi “morti” dentro cui non sanno cosa fare della loro esistenza, accettare che non abbiamo tutte le risposte e se anche le avessimo dovremmo lasciargli il tempo di cercarle da soli.

E se siamo onnipresenti, se indirizziamo e forniamo continuamente possibili soluzioni penseranno che i loro desideri siano sbagliati, penseranno di essere “figli” sbagliati.

È difficile e complicato, perché, vorremmo solo che stessero bene, ma non possono farlo se non sappiamo metterci da parte.

Se non siamo in grado di far posto alle incognite, anche quelle che riguardano il loro futuro vicino e lontano.

Si tratta di accompagnare e non di sostituire.

Quando mi prende la paura di non fare abbastanza- e mi capita spesso- cerco di ricordarmi che se riesco a spostarmi di lato, le mie figlie avranno più spazio per spostarsi al centro. Occuparsi di loro stesse e costruire primo piano la storia di cui fanno parte.

Ci vuole un amore davvero grande per lasciar andare, molto più grande del trattenere. Un amore che prevede la fiducia e sono sicura che se riusciamo a fargli spazio stiamo meglio tutti, noi e loro.

Penny❤️

Se volete cercarmi questi sono i link del mio romanzo e del mio albo illustrato. In uscita a giugno un libro di letteratura per l’infanzia.

https://www.ragazzimondadori.it/libri/ai-figli-ci-sono-cose-da-dire-cinzia-pennati/

http://old.giunti.it/libri/narrativa/il-matrimonio-di-mia-sorella/

Rispondi