Varese. Succede che quattro bulletti pluriripetenti, così vengono definiti, sequestrano un quattordicenne, loro coetaneo, e lo torturano in un garage per ore.

Torture indicibili che postano poi sui social.

La vittima è stata scelta perché ha rifiutato di consegnare alla banda un amico che aveva un debito con loro di pochi euro.

Ieri ho letto il Caffè di Gramellini dal titolo “Che cos’è un amico” in cui scrive: “…Eppure in mezzo al letame, c’è quel diamante che sfavilla. L’amico che non tradisce, a qualunque costo. La purezza di un sentimento assoluto che nel corso della vita verrà sottoposto a tanti compromessi, ma che qui ci appare ancora in tutta la sua indescrivibile meraviglia”.

Ho pensato a quel letame. Ragazzi adolescenti che torturano. Pluriripenti.

Penso a loro e alla vittima che, ovviamente, ha tutta la mia solidarietà, ma non riesco a vedere il lato romantico della storia, vorrei tanto, ma non ci riesco. Vedo dei carnefici e una vittima.

Vedo una scuola che ha fallito, degli adulti che hanno fallito (e penso a noi, come società) sia con gli uni (i torturatori) che con la vittima, perché una vittima c’è stata e non dovrebbe succedere.

Perché i protagonisti di questa terribile storia sono i “nostri” ragazzi, provengono dalla stessa società.

Possiamo continuare a salvare e colpevolizzare e, forse, è necessario per non sentire la colpa, ma ciò non ci aiuterà a cambiare lo stato delle cose.

Quello che potrà cambiare le cose è puntare sull’istruzione, spendere energia, soldi e tempo, per fare in modo che i ragazzi stiano “dentro” all’istituzione, attuare politiche sociali all’interno delle nostre classi.

Puntare sulla relazione, perché, l’unico modo che abbiamo per non gettare le vittime dentro alla fossa dei leoni è quella di salvare gli uni e gli altri.

Il che non vuol dire non punire chi compie atti gravi e riprovevoli, ma è necessario prevenire. Smetterla di avvalorare una società competitiva, una scuola in corsa in cui i voti ti dicono chi sei.

Non ce la fai?  Fuori da qui.

È nel fuori da lì, nel mondo, che vittime e carnefici s’incontrano.

La scuola deve essere l’alternativa, il luogo in cui restare, trovare rifugio, motivazioni, ideali, valori, non un luogo da cui scappare. Intorno a queste storie che, ripeto, sono le nostre, quelle di tutti, c’è sempre un contesto, un luogo, delle persone.

Questi fatti devono riguardarci. Poi, possiamo continuare a dividere il mondo in bravi e cattivi e salvarci l’anima.

Io so che sono tutti ragazzi di quattordici anni e so che non si può tornare indietro. Nella vita non c’è un replay e non ci sarà per nessuno di loro, vittime o carnefici, purtroppo indissolubili.

So che se continuiamo su questa strada, se non proveremo a salvare i ragazzi, attraverso l’educazione, succederà ancora. Di nuovo. E sarà una sconfitta sociale.

Io non credo che in questa storia c’entri qualcosa la  nobiltà d’animo, nemmeno l’amicizia. Quella è la visione romantica che ci serve a poco. Penso che la vittima avrebbe voluto solo essere un ragazzo.

Uno di quelli di cui noi adulti dovremmo occuparci.

E salvare.

Penny

#ilmateimoniodimiasorella

6 comments on “Quel letame di cui parla Gramellini. I ragazzi che torturano.”

  1. Come sempre fai analisi lucide e profonde, che rispecchiano in pieno il mio pensiero.
    Sono una prof di un professionale, ogni giorno vivo questi ragazzi pluriripetenti, che pensano che la vita sia uno schifo, che loro stessi siano uno schifo, e per non sentire il dolore che hanno dentro, lo provocano negli altri.
    Non hanno passioni che li travolgano, non hanno fuochi sacri che li incendino..vorrei che trovassero la loro scintilla e capissero che anche loro hanno una possibilità, che la vita può avere un senso oltre il piattume a cui si sentono condannati..

    • Grazie, era proprio questo che intendevo…questi ragazzi ci sono, esistono, se li facciamo sentire “feccia” si comporteranno da feccia. Non possiamo tutto, ma un po’ sì e io voglio concentrarmi su quel “po'”.
      Un grande abbraccio. Penny

  2. Sono completamente d’accordo con te e con quello che ha scritto Fra: dietro ad ogni ‘bullo’ c’è un mondo di sofferenza, disillusione, degrado familiare. E da questo non possiamo prescindere e semplicemente dividere il mondo in buoni e cattivi. Ogni volta che nella classe di mio figlio si presentava il caso di un bambino ‘cattivo’ io pensavo che poteva essere mio figlio, perchè sono convinta che nasciamo tutti uguali e la cattiveria innata non esiste. Mi viene in mente il racconto di ‘rosso malpelo’ che era convinto di essere cattivo perchè tutti glielo ripetevano in continuazione. E ancora oggi ogni volta che incontro un ragazzo problematico mi sento sconfitta, vorrei fare qualcosa, ma cosa possiamo fare per loro se non sono nostri figli o nostri allievi?

    • Io credo che gli atti, quelli compiuti ogni giorno, che le parole facciano molto. Parlare con gli altri, andare controcorrente quando è il caso di farlo. Magari non cambieranno oggi le cose, ma accadrà. Io ne sono sicura. Tua Penny

  3. Ogni volta che sento queste notizie, mi sento la madre di tutti questi ragazzi. Mi sento la mamma della ragazza drogata e violentata per ore (sedici anni, come mio figlio), mi sento la mamma del ragazzo che fu bullizzato perché era grasso, la mamma del ragazzo caduto nella botola del tetto perché faceva “pecours” sul tetto del centro commerciale (non per un discorso di violenza praticata, ma di non valore non dato alla propria vita)… e via dicendo.
    Mi domando cos’è che non si riesce a dare a questa generazione di ragazzi, noi come genitori, voi come insegnanti e figure di ruolo dentro un’istituzione importante come la scuola. Perché è ovvio che per questi “nostri figli” la violenza, il non senso del rispetto, il non senso della vita, esistono quando c’è vuoto attorno loro: mancanza di figure che sappiano farli entrare nella profondità delle cose, del mondo. E giustamente, cosa possiamo fare noi, singolarmente, per queste persone? Nulla per il singolo, ma molto per tutti quelli che abbiamo l’opportunità di “toccare con mano”. Andiamo a vanti a contagiare chi ci sta intorno, a portare un punto di riflessione, a suggerire di entrare nella profondità della Vita. E le cose potranno cambiare, almeno per loro. Ci credo. Un bacio Penny.

    • Cara Cinzia, dovremmo essere una squadra. Io ci credo con te, con chi ci prova, con chi tira dentro e non lascia fuori. Le gocce solcano le rocce. Io cerco di fare la mia parte, grazie per la tua. Penny ❤️

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