Il padre non c’è la sera quando mi ripetono la lezione, una, due, tre volte, e mi si chiudono gli occhi dalla stanchezza.

Quando si lamentano di qualcosa e hanno bisogno che qualcuno le ascolti. Quando hanno la febbre e c’è da andare dal medico, farsi fare la ricetta e comprare le medicine.

Quando dimenticano le scarpe per l’ora di ginnastica e corro a portargliele. Suo padre non c’è quando prendono un quattro e si disperano. O un sette e sono felici.

Quando partono e bisogna preparare le valigie o lo zaino. Quando tornano e bisogna mettere a posto le cose o insegnare loro a farlo.

Quando litigano con gli amici e di disperano. Quando s’innamorano. Quando si sentono sole.

Quando si chiudono in camera ore. Quando usano troppo il telefono e tu devi regolamentare e fare la rompiballe. Essere un genitore, insomma.

Quando sono arrabbiate e si chiudono nel loro mondo, che neanche con un carro armato si può entrare. Non c’è a fare le iscrizioni a scuola, pagare il bollettino, a vedere la sezione, a parlare con i professori, comprare libri e fasciarli, uno a uno. Farli male perché non sei precisa, non lo sei mai stata e ricominciare.

Non c’è a rifargli il letto. Cambiargli le lenzuola e l’umore quando sono tristi.

Non c’è ogni pranzo e cena, non c’è ogni “occhi al cielo” se qualcosa non è di loro gusto.

Non c’è a ricordarsi il latte, a prenotare esami. A fargli il toast a colazione, che a loro piace tanto. A correre a scuola quando stanno male, interrompendo qualsiasi cosa stiamo facendo. Non c’è quando invitano gli amici e lasciano una baraonda.

Non c’è ad accompagnarle in giro, alle feste, andarle a prendere o aspettare con gli occhi sbarrati che tornino. Non c’è in quel sospiro di sollievo quando le chiavi girano nella toppa e tu sai che sono a casa.

Non c’è ad aggiustare le cose che rompono, quando con le parole ti fanno male. A diventare muro quando ce l’hanno con il mondo e se la devono prendere con qualcuno.

Non c’è a ricordarsi che non hanno più mutande o calze. Che il pigiama è diventato corto e quella maglia ha un buco.

Non c’è quando lasciano le cose in giro e tu lotti per farle crescere. Quando sognano o desiderano cose impossibili. Quando aprono il frigo e ti guardano sconsolante perché è semi vuoto. Quando manca il disinfettante per curare una ferita. Quando non trovi le parole per consolare. Quando non si sentono comprese. Quando non chiudono il dentifricio. Quando ti dicono: la nostra casa è un buco.

Quando vorrebbero aiuto e non sanno chiederlo se non con i musi. Quando ti fregano i vestiti. Quando vogliono la crema per i brufoli. Quando fai la coda alla posta per pagare le bollette. Quando lasciano la luce accesa e tu le sgridi dopo averla spenta.

Quando ripeti le cose per l’ennesima volta e ti senti uno schifo ma sai che è questo che fa un genitore.

Il padre non c’è in quella cosa che si chiama cura. Accudimento.

Non c’è a chiudere scusa per la sua assenza.

Non c’è.

Ci sono io. La madre.

Penny

#ilmatrimoniodimiasorella

#noalddlpillon

Ps: chiedo scusa ai padri presenti. Che ci sono. Che rispetto. Ovviamente questo post non li riguarda.

5 comments on “Quando il padre non c’è.”

  1. Ho annuito e il mio cuore si è allagato più volte leggendo… Quanto sono vere le tue parole!
    Ti racconto questa: Una neuropsichiatra della Asl, che vedeva mio figlio grande una volta si e due mesi no, un giorno in cui parlavamo dei doveri di un padre, mi disse che era chiaro che lui non li avrebbe accuditi, che non dovevo avere certe aspettative! “La madre é lei, signora, questi sono i suoi doveri e chi più ne ha più ne deve mettere. Su, Su, non amplifichi cose che c’erano già quando stavate insieme! Se lui non se ne occupa adesso significa che non lo ha mai fatto, ma lei prima non se accorgeva perché forse era troppo presente”.

    • Ho sempre paura di essere fraintesa…io non faccio di tutta l’erba un fascio e sono contornata da uomini buoni e padri meravigliosi, per questo mi scuso, li vedo, vi vedo. Besos. Penny

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