Le mie girls vorrebbero i telefoni nuovi. Una per i sedici anni, l’altra per la promozione. Non hanno grandi pretese, ma come tutti i ragazzi la marca e il modello diventano l’appartenenza al gruppo.

In poche parole. Un certo tipo di telefono, uno scalino di accettazione. Un certo tipo di scarpe un altro.

Non c’è da scandalizzarci, d’altronde anche noi, esseri adulti pensanti, compriamo abiti e accessori di marca. E ci sentiamo al sicuro.

Non ho mai creduto negli estremismi, né come madre né come insegnante. Credo invece che per sopravvivere ai nostri figli sia necessario trovare punti d’accordo. Mediazioni e compromessi.

Non sono mai stata una mamma brava bravissima che stabilisce orari per l’uso del telefono o della televisione. Non cucino frittelle alle mele per merenda e mi arrabatto. Ho imparato che regole troppo rigide ammazzano soprattutto me.

Devo ringraziare i Teletubbies, Heidi, le Winx e quell’ora in cui le mie bambine si impalavano davanti allo schermo. Ne ho visto di madri isteriche e di figli integerrimi che si scatenavano appena andavano a casa di amici.

I castighi sono una punizione per gli adulti. Difficili da mantenere. Un po’ ci vogliono, ma quel minimo per non sclerare.

Comunque sta di fatto che alle mie girls non posso comprare tutto ciò che desiderano e non lo ritengo nemmeno giusto. Ho uno stipendio da insegnante e a metà mese sono già a secco, comprare i telefoni nuovi non è proprio una cosa scontata.

Per giorni in casa nostra non si è fatto altro che parlare di questi telefoni. Di come recuperare un po’ di soldi. Le due mi facevano gli agguati e gli occhi dolci. Erano quasi vomitevoli.

Esasperata abbiamo vagliato tutte le opzioni:

100 euro li hanno chiesti a mia madre. I miei ex suoceri nemmeno presi in considerazione. A Pasqua, da loro, hanno ricevuto degli ovetti.

50 da mia sorella, certi.

La girl bionda si è proposta come baby-sitter o vendita di disegni ad amici, credo svenderebbe persino se stessa pur di aver quell’aggeggio!

Io ho 200 euro sul conto…o mangiano o telefonano.

Padre. La girl piccola non ci prova nemmeno, la grande quando lo vede gli chiede se può contribuire, regalo di compleanno e promozione. Non ci conta troppo, sa già la risposta: comprerà qualcosa lui (in questo modo sono saltati parecchi compleanni). Il padre non vuole darle soldi in mano. Non gli piace. Il telefono poi è un regalo superfluo, dice seccato. Peccato che abbia un iphone 6, 7, 8 o qualcosa del genere, nuovo di zecca che nasconde nel taschino, nemmeno troppo bene, visto che le girls l’hanno beccato subito.

La girl bionda torna a casa un po’ demoralizzata. Lo sapeva, ma ci ha provato. Mi chiedo se sarà così per sempre. Se si stancherà di chiedere, prima o poi. E lui di negare.

Secondo il suo criterio dare in mano i soldi a lei vuol dire agevolare me. Credo sia questo il pensiero, altrimenti non me lo spiego.

Comunque arrivano altri 50 euro dal mio compagno con una lettera per il compleanno di Ludo, lei si commuove, io pure e so perché.

Ma non bastano.

Dopo giorni di meditazione e ricerca spasmodica di soluzioni, e soprattutto una pressione pazzesca dalle due girl, sabato pomeriggio con mia madre faccio il giro di tutta la città per cercare l’occasione migliore, sudata marcia io, lei con un ginocchio gonfio.

Le girls ci seguono come cagnolini obbedienti. Supplicano e promettono. Niente regali a Natale e futuri compleanni da qui a vent’anni. Intanto sanno che né io né mia madre saremmo capaci di lasciarle a mani vuote.

19.15. Ultimo negozio.

Dopo contrattazioni estenuanti e commesse che ci guardano come fossimo un po’ ritardate, io mi accollo il contratto della girl piccola, mia madre di quella grande. 30 mesi.

Usciamo dal negozio devastate. Con i numeri nella testa e la sensazione di non aver comunque colto l’occasione più conveniente.

Loro saltellanti.

Continuano a promettermi che si impegneranno, che mi aiuteranno in casa, non diranno parolacce e diventeranno sante. Poi mentre torniamo a casa dicono che si sentono in colpa perché io ho un telefono qualunque di una marca qualunque.

Le guardo e penso che siano stronze. Perché gli occhi sono felici. Ruffiane, è la parola giusta. Ma sono le mie girls e non mi chiedono mai niente, o quasi. Sono adolescenti e hanno bisogno di appartenere. Sarebbe bello a un ideale, una passione o un progetto. Spero succederà.

Nel frattempo passo da qui. Dalla contrattazione, far vedere alle mie figlie che si può vivere senza una borsa firmata, il vestito all’ultima moda o un telefono mega. Anche se alcune cose mi piacerebbero.

Non tutto è scontato, i soldi hanno un valore, la povertà degli altri pure. Va rispettata. E spesso, per trovare le soluzioni, ci vuole un lavoro d’insieme.

Per tutta la sera mi hanno baciato. Sono scomparsi i musi e appena incontravano il mio sguardo sorridevano.

Non mi faccio illusioni: domani è un altro giorno.

Loro saranno le stesse del giorno prima, e io pure.

Lasciatemelo dire: che faticaccia! Quando finirà?

Ps: il mio telefono ieri si è rotto!

Penny

 

 

10 comments on “Quando i figli chiedono. Io mamma pessima, cedo. Non devo? Sopravvivo.”

  1. Ma dentro a quei telefoni c’è un amore immenso sconfinato e disarmante !
    Come sempre, io piango . Grazie . L

  2. La tua chiusa ha provocato in me un commento che suonava più o meno così: ” Porca …”. Ma non sarebbe molto urbano trascriverlo qui integralmente. Sono “a tempo determinato” questi cavolo di telefoni, son fatti per rompersi, temo.

  3. Ti capisco
    Ho pianto tutta la notte perché non so come fare a gestire una figlia adolescente in un momento così delicato per me che al momento sono da sola…

    • Cara D, la verità è che gli adolescenti e i figli ci mettono sempre a dura prova. Non so perché ti fa dannare, ma io funziono con lei quando non mi preoccupo troppo se non esce o non fa le cose che per me sono importanti. Insomma quando lascio andare. Loro se la cavano anche senza di noi, credo dovremmo avere fiducia. Ci si prova comunque. Ti abbraccio. Torna se vuoi. Penny

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